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mercoledì 23 aprile 2014

Giuliano Gabriele



GIULIANO GABRIELE
TARANTELLA DA ESPORTAZIONE
di: Serena Di Sevo

Una freddissima serata di primavera che ce n'è una ogni 10 anni. Si conclude così, con un batter di denti, l'Anteprima del Festival degli Antichi Suoni. Un festival che era stato aperto da un freddo altrettanto austero dall'etnomusicologo Mimmo Cavallaro, con il suo sound potente e raffinato, costruito sulla presenza di una materia misteriosa e ancestrale confluita nell'ultimo lavoro discografico Sacro et Profano. Un Festival che hai freddo ma non vai via, resisti fino alla fine. Dopo il concerto dei Kiepò, Angelo Loia e Marco Bruno, l'apertura dell'ultima serata è affidata al felice connubio di giovanissimi musicisti capitanati dal cantautore italo-francese Giuliano Gabriele che unisce da sempre alla passione per il canto tradizionale, lo studio di strumenti come l'organetto, la zampogna e il tamburo a cornice. La sua voce viscerale eppure classica che sembra rivendicare la riscrittura di una tradizione musicale che pur si vuole omaggiare, si arresta per dare spazio all'altro ospite della serata, Mimmo Epifani (lo intervisto qui), un "genio" del mandolino, che raggiunge la giovane formazione sul palco aggiungendo un momento di estro che è cristallina esperienza del mondo. Fa ancora freddo ma rimaniamo incollati a terra ad ascoltare il ritorno di Giuliano Gabriele, il cuore, l'energia, la passione di una formazione di musicisti che appartiene a pieno titolo al movimento di rinascita del folk italiano. E dopo tanto freddo, una sambuca e due chiacchiere. 


Partiamo da chi sei tu, Giuliano Gabriele.

Giuliano Gabriele più che un io è un noi...noi perché mi piace coinvolgere tutto il gruppo di musicisti con cui collaboro da cinque anni: Lucia Cremonesi, Eduardo Vessella, Gianfranco De Lisi, Gianmarco Gabriele e Giovanni Aquino, sono loro vicino a me l'anima di tutto il progetto, un progetto giovane, con una media di età che oscilla tra i 26 e i 27 anni. Inoltre per me è molto importante sottolineare il fatto che veniamo dalla provincia di Frosinone perché credo, e lo dico sempre, che è da quel lato lì che inizia il vero sud, dopo di noi tutto cambia: così quando andiamo a Roma ci prendono per napoletani, e quando andiamo a sud ci prendono per romani...siamo lì, sulla linea, dove inizia il sud. 

Parlami del vostro ultimo progetto “Tarantella Madre”.

Tarantella Madre è il progetto che prevede l'uscita di un disco a settembre in cui riprendiamo in considerazione tanti testi della tradizione del sud e in cui proponiamo anche delle cose originali tra cui un pezzo in italiano dal titolo “Tarantella Madre” che è forse la proposta più difficile da fare all'interno del nostro genere musicale...non è una cosa semplice.

Un progetto che prova a modernizzare e in qualche modo a sporcare la musica popolare pura. E così? Perché?

Parte un po' dalla nostra curiosità di esplorare la world-music in generale e dalla passione che abbiamo nei confronti della musica nei suoi diversi generi e questo si sente quando suoniamo perché c'è sempre un po' di rock un po' di jazz un po' di blues, world, mediterraneo...

Secondo te qual è la strada che dovrebbe intraprendere la musica popolare nel tempo, andare sempre più indietro alla ricerca delle origini oppure cercare di trattare in modo diverso le sonorità e i temi della tradizione?

Credo assolutamente che le due cose vadano a braccetto...la continua ricerca sui testi, sulle filastrocche e sulle origini è importante per poter intervenire con la propria sensibilità e andare a contaminare la tradizione con la modernità. Deve essere una ricerca che va nelle due direzioni, sia avanti che indietro...non sono assolutamente d'accordo con la posizione di chi ritiene che la musica popolare debba essere una cosa da puristi e sono sicuramente per la sperimentazione e la ricerca, una ricerca che però deva essere fatta con criterio e con attenzione...tanto più in questo momento storico in cui esiste un vasto movimento di riscoperta che porta moltissimi giovani musicisti ad interessarsi agli antichi strumenti come l'organetto e la zampogna per esempio, strumenti che erano scomparsi e che venivano suonati esclusivamente da persone anziane. Ora invece sono moltissimi i giovani che si approcciano al genere in modo professionale. Tutto questo è il segno di un cambiamento in atto che porterà sicuramente il genere in avanti, un cambiamento che si vede, che si sente nella passione e l'interesse che esiste intorno al genere, la voglia di ballare, di ascoltare, di partecipare...

Tu sei insegnante e direttore di festival, oltre che musicista e cantante, ma hai avuto anche esperienze di teatro che peraltro traspaiono dal modo in cui gestisci la tua presenza sul palcoscenico...

L'esperienza col teatro è stata un'esperienza bellissima che mi è capitata un po' per caso e che mi ha dato la possibilità di fare una tournée con artisti importanti...sicuramente ha lasciato il segno, anche perché mi piace immergermi completamente nella musica quando sono sul palcoscenico, ma è qualcosa a sé che non so se rifarò mai in futuro. Sono insegnante, faccio dei corsi di musica, ma sono soprattutto un musicista: la parte più importante del mio lavoro è l'esperienza live. Anche i festival sono entrati nella mia vita e sono per me molto importanti...ho la direzione artistica di alcuni festival in provincia di Frosinone alcuni dei quali sono cresciuti molto nel tempo, per esempio il “Tarantelliri”, che negli ultimi anni ha iniziato ad affermarsi a livello nazionale...se ne parla e soprattutto la gente partecipa! Sognavamo di portare a Frosinone un po' di Salento e un po' di Calabria che accolgono questi festival incredibili dove si balla fino a notte fonda...direi che ci siamo riusciti.

Cosa puoi dirmi dei vostri progetti futuri?

L'uscita del disco è prevista per settembre. Il disco è parte di un progetto in cui credo molto e che è stato pensato anche per una promozione all'estero. Io sono sempre stato attratto da questi grandi festival che esistono in giro per il mondo e che funzionano davvero molto bene; in Italia facciamo ancora molta fatica a stargli dietro, un po' per le difficoltà economiche un po' per altri fattori, ma io sogno di portare questo spettacolo in giro per l'Europa, portare lì la nostra musica nazionale...la tarantella! Tecnicamente la tammurriata, la pizzica e la tarantella vengono distinte, però nella mia testa sono un'unica cosa e vorrei portarle in giro chiamandole così: è la tarantella, la nostra musica nazionale.

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Festival Tarantelliri: Pagina ufficiale

sabato 25 gennaio 2014

La grande aridità della bellezza




Questo articolo è uscito sul blog della rivista La Mandragola 

di Serena Di Sevo

Qui inizio a scrivere e qui potrei fermarmi. Alla grande aridità di una realtà fatta di niente. Seguire la praticità bambina del non dire mai oltre il necessario: sì, no, e piangerne o riderne. Ma la brutalità di questo film risiede qui, nel suo argomentare oltre il necessario sull'ovvio e sull'inutile contorcendosi in un monologo interiore con una non-trama di premeditata vacuità. Potrei fermarmi col dire che questo film è brutto, che non è niente, ma non direi la verità. La grande bellezza non è il nulla, non è il niente cinematografico dei Siani furbetti, degli americani ancora eroi e di una sterminata cinematografia vigliacca e sempre buona.
L'affresco della crisi dello scrittore Jep Gambardella è banalmente il racconto del declino di un'epoca che proverebbe a fare un esperimento di realismo capovolto su una realtà ricca e sovraccarica di mezzi, di luoghi sicuri costruiti intorno all'individuo che, al contrario, si de-costruisce e si rifrange. Un esperimento fallimentare in nuce poiché la superficialità della realtà è già iperrappresentata, di più, auto-rappresentata e spettacolarizzata nella musica brutta, nella esternalizzazione dell'intimo, nella banalità dell'autoritratto ossessivo compulsivo esposto su facebook, nella ricerca del consenso e dell'approvazione, e nell'utilizzo di un linguaggio narcisistico privo di sostanza, ripetuto meccanicamente dall'ascolto e dalla lettura estemporanea.
Fumo negli occhi già visto in Gomorra, che peccava dello stesso male e della stessa mediocrità che pretendeva di denunciare con nessun altro mezzo a disposizione se non la banalità e il qualunquismo del punto di vista, e non otteneva altro risultato che confermare il suo oggetto come malvagio e ineluttabile.
Qui il movente non è il male ma il nulla ideologico, un nulla programmatico che si eleva a forma, contenuto, progetto, scopo. La grande bellezza rappresenta il ritorno della “forza prevalente o eccedente dello stile: il neodecadentismo” di cui parlava Pasolini a proposito de La dolce vita.
Ogni singolo “nulla” costituisce un ossimoro, perché esposto come feticcio: le citazioni notturne dell'Antonioni di La notte, del Céline di Viaggio al temine della notte, gli sfoghi pittorici di Pollock e il sempre presente Dostoevskij; il lungo compiacimento sulla performance di Tony Servillo; l'estenuante estetismo e schizofrenico esercizio di stile della regia, le interruzioni, i sospiri e le attese di una grande stagione autoriale del cinema italiano contaminate dallo sperimentalismo kitsch di tanta video-arte, l'odiosa intro, tra omaggio e sberleffo della caleidoscopica sfacciataggine dei video-clip musicali, la disgustosa colonna sonora (il pensiero “quanto fa schifo la colonna sonora” e ecco che ti appare Antonello Venditti), le apparizioni mistiche come tentazioni peccaminose e le tentazioni peccaminose come presenze indifferenti. L'equivalenza del “Roma o morte” nelle case vuote, nei patetici trenini delle feste, nei palazzi pieni di macerie di un glorioso passato, nobili decaduti, funerali, il chiacchiericcio o il silenzio di una verbosità crudele e autolesionista che prova ad elevarsi attraverso il girotondo di un'anima dispersa tra il peccato e l'innocenza, in cui la realtà e le individualità sono apparizioni di natura puramente estetica che scompaiono senza lasciare traccia.
Jep conquista quando è personaggio-divo quel tanto maledetto, mai accomodante e sentimentale, ma dedito alla calma, disimpegnata e sistematica distruzione dell'intellettualismo impegnato e borghese del sottovoce e dell'orrore del linguaggio di parole passepartout, dell'irritante pratica del parlare di sé in terza persona di una performer in cerca di notorietà che non ha bisogno di leggere perché “vive di vibrazioni”. Jep stanca quando si guarda sognare e si sorprende a pensare, annoia quando ammette d'essere annoiato, eccede nell'eccessiva idiozia di feste affatto divertenti e nei melanconici flashback di un amore adolescenziale come luogo della perdita dell'innocenza.


venerdì 27 settembre 2013

SESSO E SOCIALISMO...

...OVVERO METELLO
di Vasco Pratolini

Ci sono libri che fanno la storia e libri che non ha mai letto nessuno. Certi libri scompaiono nell'indifferenza generale, senza lasciare tracce così com'erano comparsi. Alcuni generano scalpori enormi quanto fugaci. Libri bruciati. dimenticati, regalati, persi. Ogni libro ha la sua storia di pochezza o di grandezza. Molte storie non valgono la pena. Oppure sì. E Metello, che non possederà per tutti tratti di grandezza, né il potere di segnare la memoria, non farà forse alzare cori unanimi di approvazione, è una storia che merita d'essere raccontata, tuttavia; qualsiasi cosa ne pensiate: non lo leggerete mai, forse sì, ci penserete.
Pubblicato da Vasco Pratolini nel febbraio del 1955, ideato come parte di una trilogia Una storia italiana, con la quale l'autore si proponeva di ripercorrere e raccontare la società italiana dalla fine dell'Ottocento agli '50 del Novecento (seguiranno Lo scialo, il secondo romanzo della serie pubblicato nel 1960, e il terzo, Allegoria e derisione, del '66). 
Pratolini scrittore e poeta, fu spesso al centro dell'attenzione critica dei suoi contemporanei, perché riuscì a cogliere nel segno delle trasformazioni in atto nella cultura italiana, alla ricerca di nuove forme di espressione, e affaccendata nel restyling delle noiosità dei linguaggi standardizzati. E con Metello certe ferite sanguinarono. 
"Una storia privata, semplice e oscura che s'inquadra nel processo di trasformazione della società" - recita pressappoco la presentazione al libro - la storia del muratore Metello e del suo percorso di formazione di una coscienza di classe conquistata progressivamente nell'ambito delle lotte sociali tra il 1875 e il 1902. Lotte sociali, politica e coscienza di classe, motivi per cui a molti non piacque, e ragioni per cui ad alcuni invece piacque. In un periodo in cui si parlava di realismo sovietico, tirando in ballo Lukàcs Gramsci e De Sanctis, come alternativa al dilagare della cronaca neorealistica, Metello arrivò a mettere scompiglio. La critica marxista si spaccò tra estimatori (Aristarco, Salinari) e detrattori (Muscetta), perché Metello passava troppo tempo alle riunioni o troppo poco, perché Metello stava troppo in camera da letto o troppo poco, perché per gli uni il sesso era un'arma di distrazione dalla lotta politica e per gli altri era invece il segno di una nuova maniera di affrontare il problema centrale della letteratura: il personaggio, indagato a 360°. La discussione, alla quale presero parte, tra gli altri, Carlo Bo, Giuseppe De Robertis, Enrico Falqui, Franco Fortini,va inquadrata nella grande stagione della critica italiana, una critica capace di assumere il ruolo di incoraggiamento e di sviluppo delle linee dell'arte, e, nel caso specifico, di indicare la direzione per un progetto autentico di arte realistica carica di valori civili, sociali e storici. Così se si va a spulciare bene tra le pagine delle riviste del tempo, è facile trovare Vasco Pratolini accanto al nome di Luchino Visconti. Quella sul Metello fu una diatriba speculare e sincronica alla polemica cinematografica intorno a Senso di  Visconti, per consonanza di argomentazioni, marxismo, neorealismo, realismo e controrealismo, a dimostrazione di quanto tedio regnasse nella cultura italiana dell'epoca, imprigionata tra il bozzettismo e la ripetizione martellante di personaggi/automi. E se fosse possibile stabilire verità assolute all'arte, la verità assoluta su Metello oggi sarebbe che, nonostante il tempo passato a letto e nel grembo delle ragazze piuttosto che nel grembo della storia, il nostro protagonista è comparso sulla soglia della storia della letteratura italiana, parlando simultaneamente al passato e al futuro dell'Italia pubblica e privata.

Un romanzo popolare, un classico della letteratura italiana ancora attuale.




sabato 21 settembre 2013

PALAZZO DUCALE DI URBINO, CROCE E DELIZIA





Il Palazzo Ducale di Urbino, sede della Galleria Nazionale delle Marche, è stato giustamente definito come la cosa più bella del Rinascimento, una bellezza condivisibile sin dal primo sguardo anche da chi non sappia assolutamente nulla del Rinascimento: la “città in forma di palazzo” della celeberrima definizione di Baldassare Castiglione. Dopo aver pagato il biglietto (il cui prezzo può dirsi irrisorio, 5 euro, con tutte le riduzioni previste) gustato un buon caffè e recuperato il senso dell’orientamento tra i diversi ambienti del piano terra – dove gli spazi un po’ macchinosamente riutilizzati per la logistica e l’accoglienza sono mescolati con ambienti visitabili, come la biblioteca del duca e i sotterranei  – incontri le scale che ti porteranno al primo piano: il cuore del Palazzo. Il percorso “privato”, grossomodo tripartito tra il cosiddetto appartamento della Jole, gli appartamenti dei Melaranci e gli appartamenti del Duca e della Duchessa, è nello stesso tempo un percorso ideale attraverso la cronologia delle opere e del gusto dell’arte tra Medioevo e Barocco. Questa natura duplice del palazzo è il più grande omaggio possibile alla figura multiforme del Duca Federico, il pubblico e il privato, il condottiero e il mecenate d’arte.  La visita a Palazzo Ducale, sosta d’obbligo in un ipotetico e ideale viaggio nelle Marche, può essere davvero un’esperienza straordinaria, perché l’ingresso può trasformarsi in un viaggio nel tempo, in un sogno in cui il protagonista sei tu, ospite privilegiato di una visita negli appartamenti del duca Federico da Montefeltro. C’è un però.
Il visitatore, con la testa per aria, in giro tra gli ambienti del palazzo, potrebbe effettivamente perdersi il gusto della Galleria, e concentrarsi maggiormente su quella che è la dimensione privata del palazzo. Così, quello stesso visitatore, potrebbe rivivere l’esperienza tutt’altro che rara dell’ospite in visita nell’appartamento di un collega, una visita senza preavviso che inizia con la frase canonica “scusa il disordine”: perché di disordine si tratta. Le opere disposte con un criterio cronologico non sempre rispettato, ma manomesso frequentemente per l’improbabile rispetto di un ordine tipologico, di proprietà o paternità, sono disperse in modo variamente illuminato nelle diverse stanze dominate qui dall’horror vacui, dal minimalismo altrove. E non si può tacere dell’assoluta mancanza di gerarchia e di valorizzazione dei tanti capolavori presenti; fatta eccezione per la sala dedicata a Piero della Francesca  dove una “mostrazione” intima e l’illuminazione razionale della Flagellazione e della Madonna di Senigallia, rendono davvero unico il momento di raccoglimento del visitatore di fronte a due capolavori assoluti della storia dell’arte, il resto è buttato via senza un’evidente giustificazione alla stregua di ingombranti anticaglie che dobbiamo conservare per rispetto dei nonni defunti. Come si fa a perdonare l'assoluta "mancanza di rispetto" per  Il miracolo dell'ostia profanata di Paolo Uccello? Come si fa a intercettare la smembrata e trasferita biblioteca del Duca se è segnalata con la stessa cura della toilette? Cosa si può dire a questo punto alla maldestra proprietaria di casa? Il tuo appartamento è bellissimo, ma cerca di mettere ordine. Diversamente, chiama qualcuno che ti dia una mano. 

Serena Di Sevo


lunedì 1 luglio 2013

BORIS VIAN | LA SCHIUMA DEI GIORNI



Uscito nell'immediato dopo guerra (1947) per l'editore Gallimard, La schiuma dei giorni si rifrange nel corso dei decenni successivi calamitandosi alle atmosfere d'insofferenza in fieri, un libro di culto per il '68 che scopre nelle incendiarie immaginazioni, nelle strambe associazioni, una risposta dissacrante verso l'ordine costituito, politico, sociale e culturale, un capolavoro letterario che dura da settant'anni, una folgorazione per lettori di epoche distanti. Quella di Vian è una realtà magica, la malattia è un fiore, l'amore atto mortifero e sublime, il suono corrisponde sempre ad una specifica materia connaturata, le canzoni si materializzano, gli ambienti sono la proiezione dell'umore di chi li abita, l'età anagrafica elemento mutante...l'unica cosa che conta è l'amore e la musica di New Orleans e Duke Ellington. Il mondo di Vian si condensa sulla superficie di pagine che vogliono essere scritte da un'esistenza perfetta fatta di musica jazz, buona cucina e d'amore per 3 coppie di amanti, finendo per evaporare nel fumo nero di un'esistenza tragica per costituzione. Ogni pagina possiede il senso sperduto della realtà che non è affatto irrealtà, sogno, ma delirio scomposto con il metro della regola sociale, ogni pagina è totalmente vera perché è totalmente inventata: ogni singolo quadro ha l'odore di uno sguardo lucido e penetrante la propria immaginazione. Perché tutte le fasullagini degli pseudo realisti con le loro fotografie-bare del pernsiero critico, hanno sistematicamente mancato il centro della realtà. Provate a leggere pagine più acute sulle alterazioni prodotte dalla presenza in casa di un malato terminale, la claustrofobia degli ambienti occupati dall'incertezza, dalla rottura del ritmo, Chloé; provate a cercare più amara dissacrazione della marcia funebre, del prete, della messa sottoposta allo sguardo distratto del Cristo in croce; il montaggio d'immagini di fabbriche e cantieri, di impiegati dadaisti e aguzzini burocrati, di cannibalici commercianti e di medici inetti. Puoi fermarti a chiacchierare con una nuvola o andare in giro a guardare le vetrine, con un macellaio che sgozza bambini per la pubblicità dell'assistenza pubblica, e un pancione grasso a pubblicizzare un ferro da stiro, perché con quello la vostra pancia non farà più una piega. L'ambiente esterno è abitato da mostri e all'interno c'è un uomo bello, ricco e cautamente infelice, Colin, con la sua tavola imbandita di improbabili salse speziate, animali vivi e intrugli d'alta cucina, con i suoi topi che spuntano dal portaspazzolino, con il suono liquido del pianocktail che non lascia mai dubbi su cosa bere sù un buon disco per ballare lo sbircia-sbircia, Colin che vuole l'amore e che può vivere senza lavorare. Chi deve lavorare, invece, è Chick, per guadagnare quel che basta ad alimentare il proprio feticismo di collezionista delle opere di Jean-Sol Partre, Paradosso dello schifo, Scelta preliminare prima del rivoltone di stomaco, una ricerca maniacale, un'ossessione, che mette tutto in secondo piano, anche l'amore per Alice. E lì, nelle tenebre di un'infelicità paradossale ma non priva di cause riconoscibili, abita il verme che non vorresti mai inghiottire perché ti costringerà a pensare a quanto c'è di accidentale, di ingiusto, di ricercato nella tua miseria.
Pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, leggetelo.

 
Là dove i fiumi si gettano nel mare, si forma una barriera difficile da superare, e grandi vortici schiumanti in cui ballano i relitti. Di fuori la notte, là dentro la luce della lampada, e in mezzo i ricordi rifluivano nell'oscurità, si urtavano nel chiarore, e mostravano le loro pance bianche e le loro schiene argentate, galleggiando qualche volta in superficie, altre volte affondando di nuovo.

Serena Di Sevo

giovedì 27 giugno 2013

ČECHOV E LE DONNE

Jim Dine, 

Study for The Car Crash: Man in Woman's Costume and Woman in Man's Costume, 1960

ČECHOV E LE DONNE: 
SINGULA ENUMERARE OMNIA CIRCUMSPICERE.


Ho pubblicato un po' a caso nei tre post precedenti tre racconti di Čechov tutti al femminile. Le donne nell'opera di Cechov sono presenze massicce e innumerevoli, abitano quel mondo come una forza motrice troppo spesso sottovalutata in ambito critico. Non fanno eccezione i racconti: una forma incompleta e fuggevole fatta apposta per cogliere la moltitudine di problematiche connesse all'indagine sulla femminilità, un'indagine che deve fare i conti con il controverso ruolo [chiave] rivestito dalle donne nella società. Una serie di racconti "rosa" in cui è possibile trovare una gamma sconfinata di tipologie: donne giovani, vecchie, streghe, ammogliate, fidanzate, ingenue, furbe, fragili, disperate, avide, superficiali, riflessive, manipolatrici, provenienti da diversi ambienti e da diverse classi sociali; donne tutte diverse fra loro sì, ma sottoposte al giudizio unico (negativo) dell'autore. La fidanzata (1903) assume in tal senso un significato tutto particolare perché è l'unico, tra i racconti "femminili" di Cechov che ho avuto modo di leggere, a non emettere un giudizio negativo sulla protagonista, almeno non immediatamente. Mentre negli altri racconti l'autore dipinge ed espone un quadro infernale dell'universo femminile, benché sempre caricato di forte responsabilità nei confronti della struttura della società, della famiglia e della storia, qui scorgiamo un personaggio (Nadja) assunto sì a fare da crocevia tra un'epoca e l'altra della storia russa, ma con consapevolezza, con dignità; Nadja è una donna guidata da una volontà propria, dotata di una risolutezza totalmente assente negli altri personaggi, accomunati dallo status di docili, impotenti vittime del sistema, quasi sempre schiacciate dalle scelte imposte dalla struttura famiglia. Ne La strega, una giovane e bellissima donna è vittima del proprio status di moglie di un orribile e squallido marito imposto dall'alto, ed è vittima impotente dei propri istinti sessuali (frustrati); ne La cuoca si ammoglia, sotto lo sguardo incredulo e indagatore di un bambino, la protagonista (Pelageja) tra lacrime, urla e disperazione è costretta a sposare un uomo che non ama, che disprezza; ne Il racconto della signorina N. N. troviamo invece la vittima di se stessa, della propria vanità e di quella frequente propensione delle donne a intrappolarsi nella procrastinazione (o, al contrario, in un decisionismo folle e precipitoso guidato da una natura volubile). Molto diversa è, invece, la nostra fidanzatina Nadja; per lei l'autore ha predisposto delle possibilità impossibili per le sue colleghe, per lei la società e una classe sociale priviliegiata hanno previsto una via d'uscita. Nadja è stata educata a pensare, ed in effetti ha sempre pensato, che il naturale obiettivo della sua vita fosse il matrimonio. Nascita, crescita, fidanzamento, matrimonio, zero sforzi (fatta eccezione per quel "partorirai con dolore"), zero problemi, morte: è così che deve vivere una ragazza. Nessuno potrà mai interrompere questa linea retta tracciata nei secoli passati e futuri. Ma l'imprevedibilità della natura femminile può giocare dei brutti scherzi alle regole scritte e non delle strutture sociali, soprattutto se la donna incontra sulla propria strada l'uomo giusto, cioè l'uomo sbagliato. Ne La fidanzata, infatti, la ribellione, interna prima ed esterna poi, della protagonista sono in realtà indotte non già da un'autonoma presa di coscienza sviscerata dallo squallore della propria condizione e del proprio destino, ma dall'intervento diretto di una figura maschile "imprevista", totalmente eccentrica rispetto al contesto (Saša). Siamo cioè messi al centro dell'ennesima situazione in cui è in realtà l'uomo a trascinare la volontà femminile, in cui la decisione, una decisione qualsiasi (in questo caso il rifiuto del matrimonio e la fuga verso la conquista di un futuro e di una coscienza critica), è qualcosa di indotto e preordinato da una coscienza esterna e, naturalmente, maschile. Tuttavia in questo caso Saša altro non è che l'esperienza, la storia, l'a posteriori, il vissuto, quelle categorie assenti e non intuibili nell'universo ovattato in cui è cresciuta Nadja. Saša è dunque non già il fantasma dell'autore nel racconto, intervenuto per dire della non autonomia femminile, ma è il segno dell'intervento dell'esperienza e di un sapere altro necessario e imprescindibile per il cambiamento. La condanna dunque non è al mondo femminile, che è piuttosto preso come emblema dell'arcaicità della società e di una condizione universale da sovvertire e sovvertibile; la condanna ricade sulla testa di un sistema di funzionari e di mantenuti in cui le figure maschili hanno una funzione reazionaria o rivoluzionaria e il loro intervento si rende necessario perché chi più conosce, chi più ha vissuto, ha la possibilità se non la responsabilità del cambiamento. I due personaggi maschili principali Saša e il fidanzato Andrèj sono figure tipiche della letteratura russa dell'epoca: l'intellettuale critico e il giovane velleitario, ma Saša possiede anche dei tratti autobiografici dell'autore (in primis la malattia polmonare) che ne fanno un personaggio sfaccettato e affascinante e, in una certa misura non completamente coglibile. Di certo c'è che Čechov, attraverso Saša scruta la società, donne, uomini e quant'altro, e senza dare giudizi definitivi, coglie la possibilità del cambiamento riconoscendo agli intellettuali una funzione trainante.

Serena Di Sevo


sabato 8 giugno 2013

L'AVVELENATA



Riri J.*




















A tutti voi cilentani che non siete mai stanchi di ripetere che amate la vostra terra, vorrei ricordare che la terra dovrebbe stare sotto i vostri piedi, tra le pieghe delle vostre scarpe, non nelle vostre teste. Io disprezzo il vostro attaccamento al territorio, quando questo significa essere attaccati alle sue risorse da spartire, o riempirsi la bocca di grandi azioni. Il vostro amore è quello che esprimete quando buttate l'immondizia sui cigli delle strade, quando guardate dall'alto in basso chiunque non sia nelle vostre squallide cerchie di amici d'interesse, perché tu dai una cosa a me ed io ne do una a te. Il vostro amore è quello che esprimete ogni volta che dite la parola "popolare" pensando che si tratti di un partito che continuate a votare da 60 anni. Il vostro amore è quello che esprimete quando appiccate 10 incendi al giorno per tre mesi, quando fate finta di non vedere gli eco mostri che spuntato sotto i vostri piedi, le strade dismesse, le vostre risorse inghiottite dai rovi. Odio le vostre melanzane 'mbuttunate, i vostri disgustosi dolci con miele industriale, le vostre sagre kitsch, le vostre allegre tavolate coi bicchieri di plastica, le vostre donne con le zeppe smaltate che ballano la tarantella, i vostri uomini sempre in pantofole, i vostri figli house con le magliette bianche e la gelatina, i vostri bar col karaoke, le vostre auto lucidate, le vostre foto in posa, i vostri matrimoni di lustrini, colombe, carrozze e buste piene di soldi. Odio il vostro razzismo buonista "perché è peccato", le vostre famiglie sfasciate da uomini in fuga con le straniere, l'intrigo da soap opera, la spettacolarizzazione della vostra mediocrità, i vostri debiti per organizzare banchetti per il battesimo e la prima comunione. Odio il vostro parlare pieno di supponenza, le vostre mode vuote, i vostri tormentoni religiosi e politici, il falso moralismo, le statue di padre Pio negli angoli delle piazze, quelle vostre gite nella dorata San Giovanni Rotondo. Odio il vostro essere nello stesso tempo fuori e al di sopra del tempo, l'autoelezione ad eletti e condannati, i vostri politici troppo scadenti per essere davvero corrotti, odio quell'indifferenza indistinta, e l'adorazione smisurata, la vostra incapacità di trovare un'identità comune che non sia quella effimera ed esule di infantili protagonismi e di interessi personali spacciati per idealità. Vi disprezzo per le vostre opinioni fotocopia e per le vostre tuttologie, la cosa che in effetti sapete fare meglio. Le vostre teste alte sono assolutamente fuori luogo.

Serena Di Sevo

*Riri J. è l'unica paternità / proprietà che sono riuscita ad attribuire a questa immagine. Qualsiasi segnalazione o correzione sarà la benvenuta. 

martedì 7 maggio 2013

WU MING: PREVISIONI DEL TEMPO


                                           

PREVISIONI DEL TEMPO_2008
di Wu Ming

STABILE A SUD FORTI TEMPORALI A NORD ☁☔☂
La munnezza è oro”

Il romanzo breve [o racconto lungo]  Previsioni del Tempo del collettivo di scrittori Wu Ming scritto su “commissione” per la collana VerdeNero di Edizioni Ambiente, ripubblicato da Einaudi Stile Libero nel 2010, rientra sì nel boom di interesse [e interessi] sulla Camorra e sulle questioni ambientali legati alla normale-emergenza-rifiuti verificatosi a cavallo tra il 2006 e  2010 ma è molto di più di questo. Scrivere un romanzo su commissione qui non ha implicato l'asservimento ad una tesi propagandistica; il romanzo è stato piuttosto concepito da Wu Ming 3 e Wu Ming 5 come la risposta personalissima [sebbene collettiva] alla domanda [semplicissima e vaghissima] dell'editore: ci scrivereste qualcosa sull'ambiente? Domanda che, tutto sommato, oggi coincide con quella del lettore, e nel contempo del mercato. La risposta è qui affrontata “letteralmente” perché sotto la lente di ingrandimento finisce non solo il mondo dei traffici illeciti di rifiuti, di armi, di bestiame, e non solo gli allucinati e schizzati protagonisti cocainomani di un on the road camorristico che sorprendentemente non è ambientato a Napoli, ma ad essere inquadrato è l'intero ambiente, l'intero sistema "mondo" nel quale siamo tutti coinvolti, come tanti pezzetti che pian piano si scontrano. In apertura tutto è regolato da un'intelligentissima intenzione ludica: giocare coi personaggi e con il tempo [il loro tempo], giocare con il lettore dosando le informazioni, sfidandolo a comprendere. Il vero gioco è sull'atto della scrittura: l'autore che dice io è un multiplo che saltella da un personaggio all'altro fornendo gli indizi di un rebus, un enigma. Cosa sono le attività criminali, dove iniziano e dove finiscono, chi sono i criminali, da quali logiche sono governate? Non sono domande, ma enigmi [certo, non per tutti]. E, naturalmente, non ci sono risposte. Le previsioni non sono buone: Pioggia. Disgraziatamente aprire l'ombrello non basterà a ripararsi dalla merda quando comincerà a piovere davvero, per tutti. 
Un romanzo breve, centellinato, mozzafiato.

Che tono serio! Sarà che avrei una certa stizza ad essere "cazziata" da Wu Ming, soprattutto se sono in 5, a seconda dell'intonazione.

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mercoledì 20 marzo 2013

FANTASMI FATTI IN CASA

Johann Heinrich Füssli, The Nightmare 1781


Se ti capita di ritrovare nella cantina di tua nonna ormai defunta una collana di libri sui fantasmi [dei Tascabili Economici Newton, 100 pagine 1000 lire], potresti essere indotto a credere che stai un tantino esagerando con questa storia di dare un tocco romantico alla tua vita. Ma tant'è, e non potendo sottrarti alle fortuite coincidenze del caso, decidi di assecondarlo. Ti accorgi così che esistono molte tipologie di fantasmi: quelli italiani, quelli irlandesi, inglesi, tedeschi, francesi. Li ha affrontati Mérimée (la Venere d'Ille), Théophile Gautier (Il piede della mummia), Zola (La casa degli spettri), Guy De Maupassant (Chi lo sa?) Hoffmann (L'ospite misterioso), Walpole (La vecchia), Pirandello (La casa del Granella)...Fitz James O'Brien (Che cos'era?) e li sto affrontando io...dedicandomi alla loro lettura, scappando dai miei per caricarmi dei loro. Indecisa sul percorso da seguire decido così, a simpatia, di partire dalla Francia, luogo in cui, pare, i fantasmi abbiano avuto una proliferazione straordinaria anche tra gli autori di estrazione realista; naturalmente i fantasmi di Zola e Maupassant non potevano non infilarsi dentro casa, venirti a scovare nella tua realtà, a terrorizzarti laddove ti senti più al sicuro. Certo che se ti capita di leggere Il piede della mummia di Gautier potresti essere piuttosto portato a credere che quel giorno Gautier era a corto di idee o che avesse una gran voglia di scherzare, perché onestamente non c'è qualcosa di meno spaventoso di una principessa egiziana tutta in ghingheri che ti entra in camera di notte per riprendersi il suo piede che tu hai allegramente acquistato da un rigattiere per usarlo come fermacarte. La principessa si rimette a posto il piede, ma non contenta ti porta a fare un giro da suo padre, e tu giacché ci sei ne approfitti per chiederla in sposa...Mi sembra un po' troppo, e mi sa troppo di "fantozziata" per poter stimolare il mio pur suscettibilissimo punto della paura. Per non parlare del simpaticissimo e favolistico protagonista di Chi lo sa? di Maupassant, che si consegna in manicomio dopo aver visto tutti i mobili e gli oggetti di casa sua uscire in fila indiana dalla porta di ingresso. Ed è un classico fantasma anche quello di Angelina in La casa degli spettri di Zola, dove troviamo un mix concentratissimo di fortunati espedienti horror: la villa abbandonata, il degrado del giardino, i cigolii delle porte e delle finestre, l'eco del lamento di una ragazza morta in circostanze misteriose...
Mi si potrebbe obiettare che ho "qualcosa" contro i francesi, tuttavia il discorso non cambia se passiamo oltre, in Irlanda per esempio. Ebbene, provate a farvi terrorizzare dal Che cos'era? dell'irlandese O'Brien alle prese con un fantasma invisibile sì, ma dotato di una materialità corporea tale da poter fare a pugni, venir legato e persino morire di fame! E ancora da Margaret, in Capelli d'oro di Bram Stoker, il fantasma forse più "moderno" fra tutti, quanto meno il meglio organizzato: il non si sa bene se marito o compagno Geoffrey cerca senza successo di ucciderla, lei torna per cercare vendetta su di lui e sulla nuova moglie ma finisce per farsi ammazzare davvero; le scarse abilità vendicative dimostrate in vita dispiegheranno un inquietante potenziale in morte servendosi della ricrescita di una mortifera chioma bionda. Ma cos'hanno in comune questi fantasmi? Difficile negargli una dimensione casalinga, difficile sconfessare la loro vocazione domestica, familiare. La casa è l'ambientazione horror per antonomasia, la famiglia il cast stellare, di vittime e carnefici; il matrimonio il germe della follia; non sono mai stata una fan del matrimonio, ma cristo santo deve fare proprio un brutto effetto per indurre schiere e schiere di autori a farsi tormentare dalle pareti di casa. [Altrove affronterò i tedeschi e gli anglofoni] 
Che effetto fa un fantasma nel 2013? Probabilmente fa morir dal ridere, certo può ancora fare una certa paura, ti può far morire anche, ma deve essere davvero bravo e certamente deve stare fuori da un libro o da un film e farsi in qualche maniera vedere o sentire proprio accanto a te, mentre cammini in quel corridoio strettissimo con le luci basse; essere lì con te perché tu possa dargli una minima possibilità. Gli altri fantasmi, quelli che sono riusciti chissà come a farsi accogliere da un autore, se ne vanno quasi tutti da dove sono venuti portandosi dietro una grande frustrazione. Pensi di spaventarmi? Forse non è questo il punto, forse il ruolo dei fantasmi è altrove. Ma dove? Il problema dell'aldilà, cosa c'è dopo la morte, cosa sono i rumori che sento in cantina? E così presa da pensieri altissimi quanto inutili che ti becco in tv?





PERIMETRO DI PAURA

titolo originale: 100 Feet
di Eric Red, USA 2008.

Marnie, condannata  per omicidio, ritorna a casa dopo aver trascorso un periodo di prigionia: sconterà il resto della pena agli arresti domiciliari, nella casa dove ha vissuto un matrimonio da incubo, maltrattata e pestata a sangue dal marito poliziotto, dove lo ha infine ucciso con tre coltellate. Ad attenderla, troverà lo spettro di Mike, il quale non sembra intenzionato a perdonarla anzi, ha tutta l'aria di essere molto incazzato. E che non ti venga in mente di scappare, perché la polizia è lì sull'uscio pronta come al solito a fare la cosa sbagliata.

Diciamolo subito: è un brutto film. Ma qui ed ora calza a pennello. Il fantasma del buon vecchio Mike ha un'aria consunta, sembra che qualcuno gli abbia buttato dell'acido sulla faccia e che stia lentamente ardendo vivo [saranno le fiamme dell'inferno?] Come se non bastasse ci sembra pure abbastanza confuso poverino, e a tratti ti viene la voglia di compatirlo, perché le sue sono le incursioni un po' impacciate di un marito geloso [che lancia i piatti contro la moglie e pesta a sangue il giovanotto della spesa che lei si è portata a letto] e non i meticolosi propositi di un'anima dannata. Certo è ironico. Per una volta si finge che a vincere la quotidiana guerra casalinga fra coniugi sia lei, la donna, e non, come di consueto, il maschio, ma solo per smentire tutto dopo 5 secondi, dandogliela vinta pure da morti. Dunque è questo lo scopo ultimo dei fantasmi? Quello di ritornare per rimettere ordine? L'ennesima invenzione del genere umano per rimandare ad un altrove ciò che non sappiamo o non vogliamo fare in vita? O un meccanismo masochistico per auto-torturarci? Di certo c'è che i fantasmi tengono compagnia, sono una buona scusa per i pigri per non andare in bagno di notte, e sono di gran lunga più simpatici dei sempreverdi vampiri e ancor più degli zombie tanto di moda oggi. Almeno i fantasmi usano l'immaginazione per spaventarci.

Serena Di Sevo

mercoledì 6 marzo 2013

MEMORIA DELLE MIE PUTTANE TRISTI



MEMORIA DELLE MIE PUTTANE TRISTI
Titolo originale, Memoria de mis putas tristes, 2004.

di Gabriel García Márquez
(Aracataca, Colombia, 6 marzo 1927)


Un solitario giornalista nel giorno del suo novantesimo compleanno decide di regalarsi una notte d'amore con un'adolescente vergine, scoprendosi innamorato per la prima volta nella sua lunga vita d'indifferente.

Uno dei più grandi misteri della storia dell'umanità non è cosa vogliono le donne, ma quando e come donne e uomini si decideranno a capire cosa vogliono davvero. E così a novant'anni ti ritrovi a fare i conti con la tua vita, accorgendoti di aver perso il conto e di non avere più il tempo per contare. Siamo tutti i giorni bombardati dall'urgenza di una conclusione qualsiasi ad un'impresa qualsiasi, nel vano tentativo di arrivare a una vaga felicità. Il nostro novantenne "Professor Mesto Colle", invece, non ha mai avuto alcuna urgenza, ma tutto nella sua vita è stato casuale e disinteressato, ogni scelta è stata guidata da un'indolenza per le conclusioni: non c'è stato nella sua vita alcun picco, non c'è stato nella sua vita alcun amore. Molte donne lo hanno amato accettando di essere pagate puntualmente, scontrandosi con la sua cecità o contro la porta chiusa del suo appartamento. Ma cosa c'è dietro questa apparente storia di pedofilia, dietro il racconto dello sprint finale di un anziano col piede nella fossa? Cosa c'è dietro ad una vita di risultati puntualmente dribblati? Due cose (maybe), il tempo e la libertà.
IL TEMPO. Quand'è che ci decidiamo ad amare realmente? Forse quando per noi il futuro è qualcosa di già scritto. Davanti a noi ci sono strade già segnate, sogni fatti di segni e di volti riconoscibili nella nostra realtà attuale. E non perché l'amore sia l'ennesimo egoismo, ma perché la nostra felicità è egoisticamente la condizione sine qua non dell'amore.
LA LIBERTÀ. Quand'è che ci decidiamo ad amare realmente? Forse quando accanto a noi giace un individuo sostanzialmente inconsistente, un individuo che non abbia su di noi alcun condizionamento, che non rompa il ritmo lento e inesorabile di una vita da cane randagio, cercando, magari, di impedirci di girare nudi per casa.
Il tempo e la libertà di essere chi siamo, inesorabilmente. Delgadina non è il pentimento sul letto di morte ma l'estremo gesto di conferma delle convinzioni di una vita, il simbolo e il suggello della sua intera esistenza: Delgadina è il tempo perché nella purezza della sua giovane età egli riversa la forza vitale che non può più esprimersi nel suo corpo; Delgadina è la libertà, perché è una puttana, perché è muta e non pretende niente, Delgadina è il tempo e la libertà di rimanere nel mondo, eternamente libero. E fanculo il letto di morte.

"Le cantai all'orecchio: Il letto di Delgadina da angeli è attorniato. Si rilassò un poco. Una corrente calda mi salì per le vene, e il mio lento animale in pensione si svegliò dal suo lungo sonno".

Serena Di Sevo

lunedì 11 febbraio 2013

FUNNY GAMES US

di Michael Haneke, 2007
Morirai, ma non puoi sapere perché.

Notte insonne. Non ci vuole molto, lo riconosco. Di solito ci riescono bambine con gli occhi da cerbiatto, ragazzine acrobatiche, presenze nascoste sotto il letto e tutto ciò che avviene in un'automobile (chi, come me, guida spesso in solitaria per strade deserte, capirà). Ma questa particolare notte è stata davvero una novità; panico totale. Il caso vuole che per la prima volta da quando possiedo un cellulare e su suggerimento di mio padre (...) decido di spegnerlo prima di andare a dormire. Dopo pochi minuti di sonno, mi sveglio in preda al panico, cerco il cellulare, più che altro una fonte luminosa...premo un tasto a caso...nulla. L'unica cosa che riesco a vedere nel buio, nell'arco dei pochi istanti che mi separano dall'interruttore della luce, è un ragazzo con la faccia da schiaffi, tutto vestito di bianco intento a giocherellare con una pallina da golf, vuole uccidermi, è chiaro.

Funny games US, 2007. Lo avevamo già visto nel '97: il titolo è lo stesso, il film è lo stesso; non c'è innovazione né nella trama né nella sostanza, persino il regista è lo stesso. Ma stavolta l'intenzione è quella di farsi notare, di non passare inosservati e "arrivare" al grande pubblico americano. Prima regola: farsi aiutare da qualche star...come Naomi Watts.
Una famiglia tranquilla parte tranquilla per una vacanza tranquilla nella tranquilla villa sul mare tranquillo. Tranquilli, state per morire.
Ma perché? E perché ha importanza? Quando hai paura, hai paura. Quando pensi che appena girerai l'angolo qualcuno ti colpirà alla testa con una scure, non ti interessa affatto il perché, al massimo puoi augurarti che non ti faccia troppo male...Tanto tu lo sai che l'unica cosa che interessa al tuo omicida è terrorizzarti, e nel portarti alla follia totale, magari riuscire ad ammazzare il tempo, farsi due risate. Ed ecco il gioco: uno se ne sta tranquillo a casetta, a preparare la cena o a strisciare dalla sedia al divano e dal divano al letto (e viceversa) e improvvisamente ti arriva uno che vuole delle uova. Ma per romperle. Haneke porta alle estreme conseguenze il discorso sull'horror. Cosa realmente ci spaventa? Un mostro bruttissimo che urla in modo disumano al nostro indirizzo? Uno zombie che perde un piede mentre cammina e che ti guarda in modo ambiguo dalla sua pupilla penzolante? O basta un ragazzo carino ed educato con gli occhi celesti e i capelli biondi (l'ipocrisia dello spettacolo si manifesta anche così, non conta quanto "cattivo" sia il racconto della tv o del cinema, l'importante è che il narratore sia "cool")?
La paura si trova dietro l'angolo della quotidianità, perché ciò che ci spaventa è perdere le nostre certezze, ciò che ci terrorizza è scoprire che la nostra vita e tutto ciò che sappiamo è solo apparenza, sogno. Noi uomini non abbiamo nulla in comune con gli animali (si diceva ieri a cena). Sono d'accordo. L'horror è uno degli elementi che separa l'uomo dal mondo animale. L'animale non terrorizza per terrorizzare, non si diverte, è crudele per necessità. L'animale scappa perché ha paura di morire, vuole salvarsi. L'uomo crea la paura e la usa per interrogare l'universo; l'uomo terrorizza  per terrorizzare, è crudele per volontà, ma è terrorizzato da se stesso, impaurito dalla paura stessa, quell'elaborata paranoia costruita sul lato irrazionale del pensiero. Siamo terrorizzati dall'irrazionale, ma irrazionalmente gli andiamo incontro, come sempre fanno le ragazze sceme nei film quando sentono un rumore in soffitta.

Serena Di Sevo

mercoledì 6 febbraio 2013

La vittoria sul sole: Kazimir Malevič

DA UN "VORTICE DI RIFIUTI" ALLO "ZERO" DELLE FORME
"Mi sono ripescato dal vortice di rifiuti dell'arte Accademica e mi sono trasfigurato nello zero delle forme". K. Malevič 


SUPREMATISMO. 34 DISEGNI

[Nato il 23 febbraio 1878 Malevič è tra i protagonisti dei fermenti culturali e politici che portarono alla nascita delle avanguardie russe, poi confluiti nella rivoluzione d'ottobre. Oltre che come artista ebbe una profonda influenza anche per la sua attività teorica: una simultaneità d'azione e di pensiero che lo condussero alla fondazione del SUPREMATISMO, movimento all'interno del quale Malevič si mosse come maestro e come discepolo. La sua opera più famosa e controversa QUADRATO NERO, oltre a rappresentare il simbolo assoluto dell'ambiguità dell'arte del XX sec., l'insegna luminosa sul portone d'ingresso della crisi dell'arte è la rottura dell'amicizia secolare tra l'arte e suoi significati possibili che spinge gli artisti ad andare oltre l'oggettività attraverso un'interrogazione dell'invisibile. Si spiega così questa doppia natura di Malevič: il teorico e l'artista; e si spiega così la proliferazione simultanea di teorie estetiche promosse da "artisti/filosofi" in lotta contro il sistema; si spiega così la copiosità dei manifesti programmatici, di natura molteplice sì, ma sempre finalizzati alla promozione di un nuovo sistema di pensiero: per spingersi oltre le barriere imposte dal passato, per superare le inibizioni e i condizionamenti della tradizione, la vita non dovrà più essere l'oggetto dell'arte, ma l'arte dovrà essere al servizio della vita].

Origini di quel quadrato che sanno fare tutti: quadrato nero su fondo bianco
LA VITTORIA SUL SOLE

La Vittoria sul Sole, rappresentata al Teatro Luna Park di Pietroburgo il 3 e 5 dicembre 1913, era il primo passo verso la fondazione di un teatro futurista abolitore del buonsenso e del sentimentalismo, progettato da un gruppo di amici, Kručenych, Matjusin, Malevič, durante il "Primo Congresso panrusso dei rapsodi del futuro". L'opera venne stilisticamente concepita seguendo i dettami contenuti nel Manifesto tecnico della letteratura futurista (1912) di Marinetti. Grammatica, sintassi e lessico risultano distrutti e ricostruiti a caso, le parti del discorso stravolte, abolita la punteggiatura, negato il senso dei dialoghi. Il riferimento al futurismo risulta essenziale anche nei contenuti, palese infatti è il rimando ad un altro Manifesto futurista Uccidiamo il chiaro di luna! (1909):
È nostra, la vittoria.... [...] Tutto il nostro sangue, a fiotti, per ricolorare le aurore ammalate della Terra!... Sì, noi sapremo riscaldarti fra le nostre braccia fumanti, o misero Sole, decrepito e freddoloso, che tremi sulla cima del Gorisankar!..
Kručenych era autore del testo in versi, Michajl Matjušin della musica, Malevič della scenografia e dei costumi.
Nel I atto i Futuriani cercano di uccidere il passato, il vecchio mondo, attraverso la distruzione del Sole; nel II atto troviamo i Futuriani sopravvissuti alla distruzione dell'universo e accolti in un mondo nuovo, un universo capovolto, alla rovescia, fissato nell'immagine di fondo di un quadrato metà bianco e metà nero. Lo spettacolo era caratterizzato da azioni sconnesse, che confluivano nell'assassinio del Sole, simbolo della realtà oggettiva: è da qui che Malevič fa risalire il quadrato nero e l'idea stessa di Suprematismo.
Bozzetto della scenografia

Nel 1915, ad un anno di distanza dalla rappresentazione di Vittoria sul Sole, Malevič apprende dell'imminente pubblicazione di una nuova edizione dell'opera. Scrive una lettera in cui chiede che tra i suoi disegni della scenografia venga incluso anche lo schizzo del sipario all'atto della vittoria, perché, dice, tale disegno "avrà un'importanza decisiva per la pittura". In una lettera successiva invia il disegno da includere, è il disegno di un quadrato nero su fondo bianco: lo schizzo del sipario. Dall'esperienza di Vittoria sul Sole, Malevič ricava il manifesto pittorico del Suprematismo, infatti, quel quadrato è tra le 48 tele esposte nel 1915 alla mostra futurista 0,10 di Pietrogrado. Il quadrato nero su fondo bianco viene sistemato in un angolo, in alto, nella posizione tradizionalmente occupata dall'icona nella casa contadina. Un'immagine essenziale, uno zero che cancella tutto il caos delle forme oggettive, trasformandosi in un atto creativo, un sipario chiuso, un'immagine potenziale sui molteplici significati possibili.

Serena Di Sevo


0,10: Ultima mostra futurista, Pietrogrado 1915/16