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lunedì 1 luglio 2013

BORIS VIAN | LA SCHIUMA DEI GIORNI



Uscito nell'immediato dopo guerra (1947) per l'editore Gallimard, La schiuma dei giorni si rifrange nel corso dei decenni successivi calamitandosi alle atmosfere d'insofferenza in fieri, un libro di culto per il '68 che scopre nelle incendiarie immaginazioni, nelle strambe associazioni, una risposta dissacrante verso l'ordine costituito, politico, sociale e culturale, un capolavoro letterario che dura da settant'anni, una folgorazione per lettori di epoche distanti. Quella di Vian è una realtà magica, la malattia è un fiore, l'amore atto mortifero e sublime, il suono corrisponde sempre ad una specifica materia connaturata, le canzoni si materializzano, gli ambienti sono la proiezione dell'umore di chi li abita, l'età anagrafica elemento mutante...l'unica cosa che conta è l'amore e la musica di New Orleans e Duke Ellington. Il mondo di Vian si condensa sulla superficie di pagine che vogliono essere scritte da un'esistenza perfetta fatta di musica jazz, buona cucina e d'amore per 3 coppie di amanti, finendo per evaporare nel fumo nero di un'esistenza tragica per costituzione. Ogni pagina possiede il senso sperduto della realtà che non è affatto irrealtà, sogno, ma delirio scomposto con il metro della regola sociale, ogni pagina è totalmente vera perché è totalmente inventata: ogni singolo quadro ha l'odore di uno sguardo lucido e penetrante la propria immaginazione. Perché tutte le fasullagini degli pseudo realisti con le loro fotografie-bare del pernsiero critico, hanno sistematicamente mancato il centro della realtà. Provate a leggere pagine più acute sulle alterazioni prodotte dalla presenza in casa di un malato terminale, la claustrofobia degli ambienti occupati dall'incertezza, dalla rottura del ritmo, Chloé; provate a cercare più amara dissacrazione della marcia funebre, del prete, della messa sottoposta allo sguardo distratto del Cristo in croce; il montaggio d'immagini di fabbriche e cantieri, di impiegati dadaisti e aguzzini burocrati, di cannibalici commercianti e di medici inetti. Puoi fermarti a chiacchierare con una nuvola o andare in giro a guardare le vetrine, con un macellaio che sgozza bambini per la pubblicità dell'assistenza pubblica, e un pancione grasso a pubblicizzare un ferro da stiro, perché con quello la vostra pancia non farà più una piega. L'ambiente esterno è abitato da mostri e all'interno c'è un uomo bello, ricco e cautamente infelice, Colin, con la sua tavola imbandita di improbabili salse speziate, animali vivi e intrugli d'alta cucina, con i suoi topi che spuntano dal portaspazzolino, con il suono liquido del pianocktail che non lascia mai dubbi su cosa bere sù un buon disco per ballare lo sbircia-sbircia, Colin che vuole l'amore e che può vivere senza lavorare. Chi deve lavorare, invece, è Chick, per guadagnare quel che basta ad alimentare il proprio feticismo di collezionista delle opere di Jean-Sol Partre, Paradosso dello schifo, Scelta preliminare prima del rivoltone di stomaco, una ricerca maniacale, un'ossessione, che mette tutto in secondo piano, anche l'amore per Alice. E lì, nelle tenebre di un'infelicità paradossale ma non priva di cause riconoscibili, abita il verme che non vorresti mai inghiottire perché ti costringerà a pensare a quanto c'è di accidentale, di ingiusto, di ricercato nella tua miseria.
Pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, leggetelo.

 
Là dove i fiumi si gettano nel mare, si forma una barriera difficile da superare, e grandi vortici schiumanti in cui ballano i relitti. Di fuori la notte, là dentro la luce della lampada, e in mezzo i ricordi rifluivano nell'oscurità, si urtavano nel chiarore, e mostravano le loro pance bianche e le loro schiene argentate, galleggiando qualche volta in superficie, altre volte affondando di nuovo.

Serena Di Sevo

sabato 29 giugno 2013

BORIS VIAN | L'ASSASSINO


L'assassino [pubblicato per la prima volta in Dans le train num. 17, dicembre 1949, e in Italia in L'Unità 21 marzo 1988]
di Boris Vian [10 marzo 1920, Ville-d'Avray, Francia | 23 giugno 1959, Parigi, Francia]
racconto breve

Perché Caino ammazzò Abele
Era una prigione come un'altra, una baracca d'argilla e paglia dipinta di giallo cucuzza, con camino impudico
e tetto di foglie d'asparago. Questo accadeva da qualche parte nei tempi antichi, c'era sparso attorno un sacco di ciottoli e conchiglie di ammoniti, trilobiti e compagnia bella, residui dell'era glaciale. Nella prigione, si sentiva russare in giavanese, a strappi. Entrai. Un uomo giaceva sul tavolaccio, addormentato. Indossava delle mutande blu e ginocchiere di lana. 
- Oéoéoéoé gli gridai nell'orecchio. Avrei potuto gridare qualche altra cosa, direte voi, ma tanto dormiva e non sentiva. Quel grido, tuttavia, lo ridestò. 
- Arrgrr! fece per schiarirsi la gola. 
- Chi è quel rimbambito che ha aperto la porta? - Io dissi. Evidentemente, ciò non gli piaceva granché, ma non sperate di saperne di più neanche voi. 
- Dal momento che confessa, osservò, vuol dire che è colpevole.
- Ma anche lei lo è, replicai, o non sarebbe in prigione.
Difficile opporsi alla mia logica dialettica assolutamente diabolica. In quel momento, per giunta, una cornacchia bianca e rossa entrò dal lucernaio e fece sette volte il giro della cella. Rivolò via quasi subito e mi domando ancora, dieci anni dopo, se la sua comparsa avesse un senso. L'uomo, ammansito, mi guardò e scosse il capo.
- Mi chiamo Caino, disse
- Piacere
- Suppongo lei voglia chiedermi perché ho ammazzato Abele.

domenica 10 marzo 2013

NON VORREI CREPARE |BORIS VIAN





   












Omaggio a Boris Vian 
| Non vorrei crepare
titolo originale: Je voudrais pas crever  (pubblicato postumo nel 1962)
di Boris Vian [Ville-d'Avray, 10 marzo 1920 – Parigi, 23 giugno 1959]
    Io non vorrei crepare
    senza aver visto *almeno* i cani messicani neri
    che senza sognare dormono a ciel sereno;
    senza aver conosciuto ai tropici le voraci
    scimmie divoratrici (le scimmie a culo nudo).
    O anche i ragni argentati dai serici nidi felici
    di spruzzi traforati.
    
    No, non vorrei crepare ignorando se la presunta
    monetina che spunta sotto la faccia della luna
    stia a nascondere una seconda faccia a punta.
    Se - dopo gran riflessioni - il sole e' freddo.
    Se le famose quattro stagioni
    son proprio quattro e non tre.
    Senza aver passeggiato per il corso in vestaglia
    guardando fissa la marmaglia dei guardoni.
    Senza aver ficcato i miei *coglioni*
    in ogni posto vietato.
    
    Io non vorrei finire senza sapere la lebbra
    (beh, si fa per dire)
    o almeno la febbre dei sette mali che
    piu' o meno certamente si acchiappano laggiu':
    resterei indifferente al bene e al male
    purche' di tutta questa vasta delizia
    l'assoluta primizia
    fosse riservata a me.
    
    E poi non basta, c'e' tutto cio' che conosco,
    che ho imparato ad amare: il fondo verde bosco
    del mare dove le alghe sottili gareggiano nel
    disegnare onde di valzer sugli arenili.
    E ancora la terra, che a giugno crepita e sbotta
    di odori, e le conifere, e un semplice pugno d'erba...

    ... e i baci di quella ! Si, insomma quella, signori.
    Ursula.
    Ursulotta. La piu' bella orsacchiotta
    fra tutte le orse maggiori.
    Quella per cui non vorrei proprio crepare
    prima di averla avuta tutta. Goderla la bocca nella bocca,
    i bei seni nelle mie mani, poi con gli occhi il resto e...
    Basta! Questi son fatti miei. Taccio.
    
    Crepare ? Non puoi, come faccio ? ( come si fa ? )
    Come vuoi crepare senza che ancora si siano inventate
    le cose che contano: le rose eterne, le giornate di un'ora,
    i monti marini e le spiagge, beh, le spiaggie montagnose.

    La cuccagna finiti tutti i tormenti, i quotidiani
    splendenti di colori, i bambini contenti e tutti i trucchi
    ancora dormenti dentro i crani stipati di ingegneri ingegnosi,
    socialisti associati, urbanisti urbanizzati e pensatori pensosi.

    Dio, quante cose da fare, da intendere e volere
    da contare e aspettare, mentre la fine gia' avanza,
    in notti sempre piu' nere striscia, con la schifosa sembianza
    di un rospo, non c'e' piu' scampo, eccola gli occhi nei miei...
    proprio no, non vorrei crepare, nossignori, nossignore,
    non senza aver fatto esperienza
    del sapore tormentoso di cui sono goloso e geloso.
    Il sapore piu' delicato che si possa sentire,
    il piu' forte. No!

    No, non voglio morire
    prima di aver gustato
    il gusto della morte.