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venerdì 16 maggio 2014

Cadrò.

Alfonso Gatto a lezioni di bici da Fausto Coppi.

"La voce che io non so andare in bicicletta ha fatto il giro della carovana. Quando siamo in corsa non è male che Leoni mi sfreccia vicino facendomi l'occhietto, io cerco di sorridergli, ma quando lui è passato mi mordo le unghie per la vergogna. Credevo di trarre vantaggio dalla mia posizione, ora mi accorgo che la popolarità di cui godo è proprio il prezzo del disonore. Perfino i ragazzi all'arrivo mi aspettano per indicarmi: faccio finta di non sentire, ma le loro parole mi restano nell'orecchio e mi fanno arrossire anche quando dormo. "Sembra un vecchio campione" dicono "ed è soltanto un posa-piano. Lui a casa ha il triciclo" e via di questo passo. Hanno ragione. In bicicletta vanno tutti, le donne e i bambini, i preti e i soldati. Io soltanto no.

Coppi, che un è buon ragazzo, mi si avvicinato stamane mentre andavo al bagno e mi ha detto: "Perché non cerca di imparare? Se vuole, al pomeriggio le insegnerò io". Ho cercato di rispondergli: "Si immagini quale onore è per me; ma è come se un bambino che deve frequentare la prima classe abbia per maestro un professore d'Università". "Comunque, se vuole, dopo colazione vengo a prenderla in albergo. A quell'ora non ci sarà nessuno e troveremo una via deserta per gli esercizi". Alle due ero ad aspettarlo. Fausto è venuto in pantaloncini corti e si è incamminato con me. Strada facendo abbiamo parlato di tante cose, dei ricordi in comune che incominciavamo ad avere delle nostre famiglie, senza deciderci tuttavia ad incominciare. "Mi dica un po', come ha fatto a non salire mai su una bicicletta nemmeno da ragazzo?" mi ha chiesto ad un certo punto rimanendo col naso arricciato come sua abitudine. "E' molto semplice - ho risposto - non sono mai riuscito a stare in equilibrio più di un secondo, ed ho provato, sa, non creda che me ne sia stato con le mani in mano. Non ci riuscirò mai. Lei è per me come il gran medico che le famiglie chiamano solo quando il malato e bell'e spacciato".

"Proviamo", ha detto Coppi tagliando corto. Eravamo in una via deserta lungo un muro. Fausto si è messo in posizione reggendo la bicicletta. Mi sono issato in sella con molto sforzo e balbettando scuse incomprensibili. "Pedali forte, guardi davanti a sé". Le solite parole che dicono tutti. Anche Coppi non poteva che ripeterle. Che se ne fa della sua scienza un filosofo che sia costretto ad insegnare le aste ai bambini? "Pedalare forte". E presto detto, ma come? "Più forte, più forte - sibilava fra i denti Coppi che già incominciava a disperare - . Tenga il manubrio leggero, non guardi la ruota...". Quante cose da non fare in un momento? "Scendo - supplicavo - mi lasci scendere".

Per un attimo ho provato la dolcezza del volo, sapendo di cadere ed ero già caduto nella polvere come un guerriero antico. Coppi da lontano scuoteva la testa, con le mani puntate sui fianchi. Decine di curiosi erano affacciati dal muro, che prima sembrava dividesse il deserto e non si azzardavano nemmeno a ridere per la soggezione di vedersi Coppi davanti con l'aria del maestro. Non sapevo dove nascondere la faccia, mi veniva da piangere. "Ma io so nuotare - ho cercato di spiegare a Coppi e agli altri, accompagnandoli all'albergo - da ragazzo mi battevo per i trenta metri". Le mie parole sono cadute nel vuoto.

Ora sono chiuso in camera e sul mio diario vado scrivendo tristi pensieri e un triste proposito. Intanto tutta la città parla e sparla di me, i miei colleghi non sanno come comportarsi. Ma di una cosa sono certo: che se io sapessi andare in bicicletta sarei un campione. E' ridicolo che ci si serva di quella macchina da angeli per camminare come fanno tutti.

Cadrò, cadrò sempre fino all'ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare."


Alfonso Gatto, 6 giugno 1937

martedì 29 aprile 2014

Alfonso Gatto "in giro" sognando di volare


Da "L'Unità" del 31 dicembre 1983 || articolo pubblicato in occasione dell'uscita del libro di Luigi Giordano “Sognando di volare – Alfonso Gatto al Giro e al Tour” edito da “Il Catalogo” che raccoglieva gli scritti sportivi del poeta Alfonso Gatto.


[…] Per i compagni e i lettori più giovani, sarà bene ricordare che Gatto, poeta sensibile e dolce, uomo della Resistenza, e della generazione del Pratolini, del Gianni Puccini e del Giansito Ferrata, seguì per l'Unità, in una stagione di grandi battaglie, di speranze e di fiducia, due Giri d'Italia.
Il Paese era appena uscito dalla guerra a prezzo di grandi sacrifici e di immani distruzioni e pareva futile e di "scarso impegno" per uno scrittore, occuparsi di sport in tempi in cui urgevano ben altri problemi. Le conquiste democratiche non erano state ancora consolidate, si faceva letteralmente la fame e le discriminazioni anticomuniste erano davvero feroci.
La polizia di Sceiba, spesso sparava contro gli operai che reclamavano soltanto pane e lavoro. Gli strumenti di comunicazione di massa erano agli esordi: non c'era la televisione, si leggevano pochi libri e ancor meno giornali.
Ma il gusto della libertà ritrovata, dopo la dominazione nazifascista, era, per tutti, una specie di ubriacatura. In quella ubriacatura collettiva, rientravano anche le grandi sfide tra Bartall e Coppi, i due non dimenticati campioni del ciclismo.
Alfonso Gatto, insieme a quel grande giornalista sportivo che era Attilio Camoriano fu invitato allora da Ingrao, direttore dell'Unità, a scrivere per i lettori del giornale del PCI sul grande fenomeno del momento: il ciclismo. Ovviamente lo fece sempre da par suo. Allora, stare su una automobile con le insegne dell'Unità in mezzo ai «girini» e percorrere l'Italia da Milano alla Sicilia, significava anche ricevere l'abbraccio (in senso letterale e completo) e i fiori di migliala di compagni, che vedevano nel passaggio di quell'auto (sia detto senza retorica) la presenza del partito e il continuo riannodarsi di quel “filo rosso” che legava piccoli e grandi centri, le città, le campagne, i compagni operai ai compagni braccianti. Quell'auto, insomma, era un simbolo, una presenza «dentro» quello straordinario avvenimento che erano i Giri d'Italia Per questo abbiamo
scelto due degli articoli che Alfonso Gatto scrisse ogni sera, nel 1947 e nel 1948, scendendo coperto di polvere da quell'auto dopo aver macinato, per tutta la giornata, decine di chilometri in mezzo ai «girini», con i tecnici, passando tra due ali di sportivi e di compagni entusiasti.
Wladimiro Settimelli

In cima al Pordoi || Trento, 12 giugno 1947


Col fazzoletto legato sotto gli occhi come un bandito, Binda correva dietro Coppi per la discesa del Pordoi. Eravamo alla sua ruota.

In quei momenti la maglia rosa di Bartali a poco a poco si sfilava. Il Giro aveva rotto tutti i vincoli, aveva sciolto tutte le riserve. Era giusto che anche Binda volesse mettersi nella polvere la sua vecchia maschera di eroe. Sul Falzarego Bartali sembrava crepato. Quel pinocchietto di Fausto gli fece "ciao" con tutte le cinque dita aperte sul naso. La scalata al Pordoi visibile da rampa a rampa, con quel Coppi in cima che filava regolare, toccando a poco a poco il cielo con la schiena, e quel Bartali in basso che era ormai già chino a raccogliere i minuti della sua sconfitta ed a farsene un rosario, è stata per me che la vivevo in piedi, sul predellino della macchina,una vittoria degli occhi, delle mani, della bocca. 

La vittoria di Coppi è bellissima: questo era veramente "Il Giro" della mia infanzia. Lassù sul Pordoi quelli che con me hanno visto Coppi mordere vittoriosamente la strada inghiaiata, si sono sentiti per un attimo come sospinti nella vertigine. Tutti abbiamo udito parole incomprensibili, tutti ci siamo visti ridicoli e siamo stati contenti di esserlo e di dimostrarlo. La gara poteva dirsi ancora aperta, ma l'uomo che doveva essere il protagonista era già all'oscuro del terreno che ad ogni passo perdeva o guadagnava. Da allora, per tutta la strada, egli ha visto davanti a sé mani aperte ad indicargli e spesso a mentirgli, per incoraggiamento, i minuti del distacco; questa affettuosa pietà era per noi come una sferza. Chiedeva anche quanto distassero da lui i suoi inseguitori, uomini che fino ad ieri sembravano di un'altra razza. Se poi è riuscito a guadagnare qualche minuto, ha perduto il cielo e la terra che prima lo mostravano, come ai tempi delle vittorie, un punto rosa in vetta alle salite, un punto rosa nella valle come una nuvola di polvere. Ma io non mi rassegno alla sorte nella quale egli è finito con l'abbandonarsi. La sua immagine si è come cancellata, è come scomparsa nel gruppo: il campione rappezzava la propria maglia di verde, di viola, di rosso, di tutti i colori con cui la sorte cercava di vestirlo ora che era nudo. Coppi non sapeva nulla di questa grande tragedia che noi avevamo vissuto con i nostri occhi. Tragella se la covava con le ali aperte della sua giacca a vento; la macchina teneva dietro al suo passo sciolto; tutti seguivano lui: gli scatti improvvisi, le impennate furiose, i ghiribizzi nel seguire il ciglio della strada, le larghe discese su Ora che era al fondo della valle, ove un traguardo a premio ricordava Antonino Desiderato, il giornalista morto l'anno scorso alla sua prima scoperta del "Giro" in vista di Trento.

Belzebù ha fatto cadere Bartali || Viareggio 18 maggio 1948

Nelle prime ore del pomeriggio del 18 maggio 1948 - ricorda lettore - all'improvviso abbiamo visto scomparire il Giro, sotto il diluvio che sommergeva Pistoia. Qualche furgone pubblicitario colava a picco nell'improvviso fiume che correva ai margini della strada: tutta la carovana era scomparsa, perduta nelle nebbie. Soltanto un girino si era salvato: era rosso come il diavolo e correva, correva in una nuvola di vapore. Era Luciano Maggini, precipitato insieme ai fulmini e con le saette dalla cima della Porretta. Udivamo grida da una folla invisibile, che doveva esserci qualche minuto prima, entravamo dietro di lui in una città deserta. Lo seguivamo e come a tratti la sua fosforescenza ci faceva luce in quel mondo lugubre su cui stava scendendo una sera precoce. Il Giro aveva questa volta per traguardo l'Inferno: da quel diluvio universale non saremmo più emersi, certamente correvamo già sotto le acque, forse eravamo già morti e lui, Maggini, il diavolo rosso, ci portava via la nostra anima ancora inebriata dalla fulminea discesa della Porretta. Poi come le voci di richiamo che emettono i gondolieri quando voltano per i canali, si è udito un "oh" lungo, prolungato, e a quel grido, tre, quattro, cinque ombre sono balenate slittando tra due falde di acqua. Un'apparizione con loro: Coppi. Aveva regolato i suoi occhi e il suo saltellio di ranocchio proprio in mezzo all'acqua. Era pallido, verde, nel bianco fantasma della maglia.Scomparsi di nuovo. All'orizzonte erano ora due le maglie rosse, non più una. Maggini e con lui Bresci, staccatosi dal gruppo delle ombre e rivenuto a pescare il suo compagno all'Inferno. E Coppi? Non poteva che essere laggiù, nel cielo che improvvisamente si era fatto azzurro e dolce come la Versilia. C'è sembrato quasi di emergere dalle acque, aprendo il tetto della macchina in quel fruscio di alberi verdi e luminosi, che ancora tintinnavano di pioggia, sporgendoci a vedere Coppi che filava sull'autostrada, incerto tuttavia se resistere per il modo fulmineo e selvaggio come si era trovato solo quasi con l'aiuto dell'Inferno. Su di lui, a poco a poco, si sono ricongiunti tutti; sembrava che avessero bisogno di sentirsi vivere di nuovo insieme dopo che avevano visto il diavolo in persona, vestito da girino. Chi avrebbe ami detto, miei cari lettori, che in questa tappa scivolata via nel modo più stucchevole per trenta chilometri, Belzebù ci aspettava sulla Porretta? è stato lui, ve lo assicuro che ha fatto cader Bartali per la rabbia di averlo passare primo in vetta. Anche la primavera quasi balneare di Viareggio, è scialba e incolore per un uomo come me che si è salvato dalle acque. Mi sento grande e terribile come Mosè, e il giro è ormai una grande arca colorata dove dormiremo bene, questa notte, dopo essere andati al ballo insieme a quel giovanotto di Casola che sta già indossando, mentre vi scrivo, l'abito della festa. Domani per noi è domenica. Così è scritto sulla tavola della nostra Legge. 

Alfonso Gatto

Nella prossima puntata...cadrò sempre fino all'ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare.

martedì 8 aprile 2014

Il Premio Internazionale di poesia Alfonso Gatto



Da La Mandragola dell'8 aprile 2014

...e nulla c'è che mi distolga dal credere ancora oggi che la terra e gli uomini abbiano bisogno d'essere amati dal mio sguardo, suscitati nella terra, forti, vittoriosi nella splendida materia delle parole. Le polemiche, le definizioni mi hanno lasciato intatto il mio brusco modo di sentirmi vivo e di riconoscere la poesia con franchezza, come un fatto, come una cosa.
Trenta, e andrebbero festeggiati: sono gli anni del prestigioso appuntamento salernitano “Premio Internazionale di Poesia” che, organizzato per la prima volta quest'anno dalla Fondazione Alfonso Gatto con il Lions Club “Salerno Hippocratica Civitas”, si avvia ad essere un'edizione che ha tutti i requisiti per riuscire come l'anno zero del Premio stesso. Costituita nel 2011 per iniziativa degli eredi del grande poeta salernitano per diffonderne l'opera, specialmente minore, attraverso la curatela di editi e inediti e attraverso la promozione di iniziative culturali, laboratori di scrittura, laboratori per songwriter, progetti per le scuole, teatro, etc., la Fondazione Alfonso Gatto si propone l'ambiziosa finalità di promuovere autori inediti e opere prime e diventare un punto di partenza per una nuova stagione della poesia italiana contemporanea, provando a accrescere sempre più il prestigio del Premio, che rappresenta ad oggi il più importante del meridione, e che ha negli anni riconosciuto l'opera di grandi poeti contemporanei come Edoardo Sanguineti, Corrado Calabrò, Luciano Luisi, Dante Maffia, Maurizio Cucchi, Giuseppe Conte, Davide Rondoni, Paola Mastrocola.
Il poeta. “Voglio che la poesia sia la sola a dire chi sono, come sono vissuto e perché, e con la naturalezza che le è propria”. Nato a Salerno il 17 luglio 1909 da una famiglia di origini calabresi di marinai e armatori. La sua infanzia e l'adolescenza vennero segnate dal dolore per la perdita del fratello Gerardo e da difficoltà economiche che gli impedirono di portare a termine gli studi (si era iscritto alla facoltà di Lettere di Napoli). Ebbe una vita irrequieta e avventurosa trascorsa in continui spostamenti e nell'esercizio di molteplici lavori. Dapprima commesso di libreria, in seguito istitutore di collegio, correttore di bozze, giornalista, insegnante. Fin dal suo esordio narrativo nel '32 con l'Isola, /universo che mi spazia e m'isola, poesia/ Gatto ebbe come riferimento imprescindibile L'Allegria di Ungaretti, ma divenne voce di un dire dalla forte vocazione politica, che unitamente alla concezione della poesia come strumento di conoscenza di sé e di analisi della realtà storica, lo portarono a farsi “cronista della storia delle vittime”. Nel 1936, a causa del suo dichiarato antifascismo, venne arrestato e trascorse sei mesi nel carcere di San Vittore a Milano. Nel '43 aderì alla Resistenza e al Pci da cui uscì nel 1951 in forte polemica. Nel dopoguerra, Gatto attenua il simbolismo e l'ermetismo che avevano caratterizzato gli anni precedenti in favore di un canto che si abbandona ad un realismo visivo e popolare. Collaboratore dopo il trasferimento a Milano di molte riviste di avanguardia come “Ruota”, “Primato”, “Circoli”, “L'Italia Letteraria” e fondatore nel 1938 della rivista “Campo di Marte” con Vasco Pratolini, fu inviato speciale de “L'Unità” per cui seguì insieme ad Attilio Camoriano due stagioni (del '47 e del '48) del Giro d'Italia. Autore di moltissimi scritti e protagonista di momenti importanti della cultura del nostro paese morì nel 1976, a 67 anni, dopo essere rimasto gravemente ferito in un incidente stradale nei pressi di Orbetello. Le sue più importanti raccolte di poesie sono: Isola (1932), Morto ai paesi (1937), Poesie (1939), L’Allodola (1943), Amore della vita, Rosa e ballo (1944), Il sigaro di fuoco (poesie per bambini, 1945), Il capo sulla neve (1949), Nuove poesie (1950), La madre e la morte (1950), La forza degli occhi (1954), Poesie (1961), Osteria Flegrea (1962), Il vaporetto (poesie per bambini, 1963), Desinenze (1977). Tra i premi, il Viareggio nel 1966, per La storia delle vittime.
Della sua città scrisse: Salerno, rima d'inverno, / o dolcissimo inverno. /Salerno rima d'eterno.../
Serena Di Sevo




Il bando. Il premio si articola in due 
sezioni: Sez. A – Opera Prima di Poesia e Sez. B – Autore inedito. Per la Sez. A, Opera Prima di Poesia si concorre inviando una raccolta poetica, di autore italiano
o straniero, scritta in lingua italiana e pubblicata dopo il 1 gennaio 2013. Le opere, in numero di 6
 copie, dovranno essere accompagnate da una dichiarazione di partecipazione al
 Premio con firma autografa, indirizzo e telefono. Il vincitore riceverà un premio di €
1.000,00 (euromille/00).
Per la Sez. B, Autore inedito, si
concorre inviando una raccolta inedita di poesia in lingua italiana
composta da almeno 10 liriche. La raccolta vincitrice verrà pubblicata a cura delle edizioni del “Premio
Alfonso Gatto” e all’autore sarà attribuita una borsa di studio per un percorso formativo.
La partecipazione comporta la
compilazione di un Modulo di iscrizione ed il versamento di una
quota di iscrizione. La quota di iscrizione per testi con numero di battute inferiore o uguale a
seicentomila, spazi inclusi, è di € 30,00 (euro trenta/00). La ricevuta del pagamento della quota di
iscrizione dovrà essere inviata in forma cartacea o in formato digitale all’indirizzo di posta premio@alfonsogatto.org.
L'autore dell'opera prima può aver 
pubblicato, e partecipare con essa, una sola “opera prima” di poesia in
forma di libro autonomo, sia cartaceo che e-book, presso case editrici a distribuzione nazionale e
locale. L’autore deve essere in possesso dei diritti sull’opera presentata.
 Le opere devono essere inviate entro e non oltre il 31 maggio 2014.

Saranno ammesse al giudizio della 
Giuria le opere selezionate dal “Giuria di lettori” Gatto. Il libro del
 vincitore, inoltre, sarà munito di una fascetta recante la scritta
 “Vincitore Premio Alfonso
Gatto”.

La Giuria del premio, il cui giudizio
è insindacabile, è composta da 5 membri, scelti dall’organizzazione
del “Premio Alfonso Gatto” (Davide Rondoni – Prof. Dante Maffia– Nicola Vacca – Prof. Luigi Reina Presidente: Prof. Francesco De Piscopo)
Tutti i partecipanti non potranno
essere rappresentati da un agente. Tale condizione deve permanere
dal momento dell’inizio del concorso fino alla Cerimonia di premiazione.

I nomi dei Finalisti verranno resi
noti dieci giorni prima della Cerimonia di premiazione che si
terrà a Salerno entro il 10 luglio
 2014.

Nel caso in cui, per cause
tecniche, organizzative o di forza maggiore, non fosse possibile, in
tutto o in parte, uno svolgimento
del Premio secondo le modalità previste, l’organizzazione del
Premio Alfonso Gatto prenderà gli opportuni provvedimenti e ne darà comunicazione attraverso il sito
www.alfonsogatto.org
La modulistica e tutto ciò che
 concerne l’invio delle opere e il versamento si trova sul sito
www.alfonsogatto.org nella
sezione dedicata al “Premio Alfonso Gatto”.
La partecipazione al Premio 
comporta l’accettazione e l’osservanza di tutte le norme del
 presente regolamento.
Scadenza: 31 maggio.

venerdì 6 dicembre 2013

UN LETTORE | JORGE LUIS BORGES

Daniel Mordzinski



Un lettore
da Elogio dell'ombra (titolo originale Elogio de la sombra) 1969

Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; 
me mi fanno orgoglio quelle lette.
Non sarò stato un filologo,
non avrò investigato le declinazioni, i modi, il laborioso 
mutare delle lettere,
la d che indurisce in t,
l'equivalenza della g e della k,
ma nel corso degli anni ho professato
la passione della lingua.
Le mie notti son piene di Virgilio;
aver saputo e scordato il latino
è possederlo, perché anche l'oblio
è una forma della memoria, la sua vaga cava,
l'altra faccia segreta della moneta.
Quando si cancellarono ai miei occhi
le vane apparenze che amavo,
i volti e la pagina,
mi detti allo studio del linguaggio di ferro
che usarono i miei antichi per cantare
solitudini e spade,
e ora, attraversando sette secoli,
dall'Ultima Thule,
la tua voce mi giunge, Snorri Sturluson.
Dinanzi al libro, il giovane s'impone una disciplina precisa
e lo fa in vista di un preciso conoscere;
ai miei anni ogni impresa è un'avventura
il cui confine è la notte.
Non finirò di decifrare le antiche lingue del Nord,
non tufferò le mani ansiose nell'oro di Sigurd;
il compito cui attendo è illimitato
e dovrà accompagnarmi fino all'ultimo,
non meno misterioso dell'universo
e di me, l'apprendista.

IL LABIRINTO | JORGE LUIS BORGES

Santiago Uceda, Jorge Luis Borges


IL LABIRINTO
da Elogio dell'ombra (titolo originale Elogio de la sombra) 1969

Zeus non potrebbe sciogliere le reti
di pietra che mi stringono. Ho scordato
gli uomini che fui; seguo l'odiato
sentiero di monotone pareti
ch'è il mio destino. Dritte gallerie
che si curvano in circoli segreti,
passati che sian gli anni. Parapetti
in cui l'uso dei giorni ha aperto crepe.
Nella pallida polvere decifro
orme temute. L'aria m'ha recato
nei concavi crepuscoli un bramito
o l'eco d'un bramito desolato.
Nell'ombra un Altro so, di cui la sorte
è stancare le lunghe solitudini
che intessono e disfano questo Ade
e bramare il mio sangue, la mia morte.
Ciascuno cerca l'altro. Fosse almeno
questo l'ultimo giorno dell'attesa.

mercoledì 28 agosto 2013

LABIRINTO | JORGE LUIS BORGES



















Labirinto
in Elogio dell'ombra (titolo originale Elogio de la sombra) 1969

Non ci sarà sortita. Tu sei dentro
e la fortezza è pari all'universo
dove non è diritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro.
Non sperare che l'aspro tuo cammino
che ciecamente si biforca in due,
che ciecamente si biforca in due,
abbia fine. È di ferro il tuo destino,
così il giudice. Non attender l'urto
del toro umano la cui strana forma
plurima colma d'orrore il groviglio
dell'infinita pietra che s'intreccia.
Non esiste. Non aspettarti nulla.
Neanche nel nero annottare la fiera.


...

lunedì 12 agosto 2013

DI DIAVOL VECCHIA FEMMINA HA NATURA

#VECCHIACCE

Franco Sacchetti e il Vituperium in vetulam.
[La donna anziana è descritta come la personificazione del male, una bestia perversa e mostruosa]

Di diavol vecchia femmina ha natura,
fèra diversa e fuor d'ogni misura.
Del ben s'atrista e con invidia il mira, 
e di veder il male ingrassa e ride;
ordina, pensa ciò ch'altrui martira,
e dentro a gioia, quando di fuor stride.
Così quest'animal brutto conquide
ciascun che vive, ed ogni luce oscura.
Al mondo spiace la sua opra e vista
più che non piacque adrieto in giovanezza;
e per questo, che vede, al cor acquista
superbia e ira nella sua vecchiezza,
sì che le fa bramar l'altrui bellezza
tornar al simil della sua figura.
Dunque, qual giovin donna è sì beata
che non giugne a tal tempo, dè' volere,
poi c'ha passata la stagione amata,
metter la morte sua a non calere:
ché drieto al buono stato il reo vedere
è peggio che chi al mal sempre s'indura.

domenica 10 marzo 2013

NON VORREI CREPARE |BORIS VIAN





   












Omaggio a Boris Vian 
| Non vorrei crepare
titolo originale: Je voudrais pas crever  (pubblicato postumo nel 1962)
di Boris Vian [Ville-d'Avray, 10 marzo 1920 – Parigi, 23 giugno 1959]
    Io non vorrei crepare
    senza aver visto *almeno* i cani messicani neri
    che senza sognare dormono a ciel sereno;
    senza aver conosciuto ai tropici le voraci
    scimmie divoratrici (le scimmie a culo nudo).
    O anche i ragni argentati dai serici nidi felici
    di spruzzi traforati.
    
    No, non vorrei crepare ignorando se la presunta
    monetina che spunta sotto la faccia della luna
    stia a nascondere una seconda faccia a punta.
    Se - dopo gran riflessioni - il sole e' freddo.
    Se le famose quattro stagioni
    son proprio quattro e non tre.
    Senza aver passeggiato per il corso in vestaglia
    guardando fissa la marmaglia dei guardoni.
    Senza aver ficcato i miei *coglioni*
    in ogni posto vietato.
    
    Io non vorrei finire senza sapere la lebbra
    (beh, si fa per dire)
    o almeno la febbre dei sette mali che
    piu' o meno certamente si acchiappano laggiu':
    resterei indifferente al bene e al male
    purche' di tutta questa vasta delizia
    l'assoluta primizia
    fosse riservata a me.
    
    E poi non basta, c'e' tutto cio' che conosco,
    che ho imparato ad amare: il fondo verde bosco
    del mare dove le alghe sottili gareggiano nel
    disegnare onde di valzer sugli arenili.
    E ancora la terra, che a giugno crepita e sbotta
    di odori, e le conifere, e un semplice pugno d'erba...

    ... e i baci di quella ! Si, insomma quella, signori.
    Ursula.
    Ursulotta. La piu' bella orsacchiotta
    fra tutte le orse maggiori.
    Quella per cui non vorrei proprio crepare
    prima di averla avuta tutta. Goderla la bocca nella bocca,
    i bei seni nelle mie mani, poi con gli occhi il resto e...
    Basta! Questi son fatti miei. Taccio.
    
    Crepare ? Non puoi, come faccio ? ( come si fa ? )
    Come vuoi crepare senza che ancora si siano inventate
    le cose che contano: le rose eterne, le giornate di un'ora,
    i monti marini e le spiagge, beh, le spiaggie montagnose.

    La cuccagna finiti tutti i tormenti, i quotidiani
    splendenti di colori, i bambini contenti e tutti i trucchi
    ancora dormenti dentro i crani stipati di ingegneri ingegnosi,
    socialisti associati, urbanisti urbanizzati e pensatori pensosi.

    Dio, quante cose da fare, da intendere e volere
    da contare e aspettare, mentre la fine gia' avanza,
    in notti sempre piu' nere striscia, con la schifosa sembianza
    di un rospo, non c'e' piu' scampo, eccola gli occhi nei miei...
    proprio no, non vorrei crepare, nossignori, nossignore,
    non senza aver fatto esperienza
    del sapore tormentoso di cui sono goloso e geloso.
    Il sapore piu' delicato che si possa sentire,
    il piu' forte. No!

    No, non voglio morire
    prima di aver gustato
    il gusto della morte.

giovedì 18 ottobre 2012

SONETTO DEL CHE FARE E CHE PENSARE


Punti interrogativi, che relativi, gruppi interiettivi, mah di mah, pensieri, dubbi, negazioni, mancanze. Geniale.

Sonetto del che fare e che pensare [XI degli Ipersonetti di Il Galateo in Bosco, 1978]
di Andrea Zanzotto [Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921, Conegliano, 18 ottobre 2011]

«Che fai? Che pensi? Ed a chi mai chi parla?
Chi e che cerececè d’augèl distinguo,
con che stillii di rivi il vacuo impinguo
del paese che intorno a me s’intarla?

A chi porgo, a quale ago per riattarla
quella logica ai cui fil m’estinguo,
a che e per chi di nota in nota illinguo
questo che non fu canto, eloquio, ciarla?

Che pensi tu, che mai non fosti, mai
né pur in segno, in sogno, di fantasma,
sogno di segno, mah di mah, che fai?

Voci d’augei, di rii, di selve, intensi
moti del niente che sé a niente plasma,
pensier di non pensier, pensa: che pensi? 







 
Che fai? Che pensi?»: questo celebrato inizio di un sonetto del Canzoniere
ne è forse la parola portante, rivolta dal poeta a sé, all’alterità, a tutto.
L’esperienza del Canzoniere si risolve in questi interrogativi che possono avere
mille risposte ma sono destinati a rientrare in un’unica non-risposta
un autocommento di Zanzotto nel saggio su Petrarca, mentre parla del componimento n° 273 del Canzoniere...

Che fai? Che pensi? che pur dietro guardi
nel tempo, che tornar non pote omai?
Anima sconsolata, che pur vai
giungnendo legne al foco ove tu ardi?

5Le soavi parole e i dolci sguardi
ch’ad un ad un descritti et depinti ài,
son levati de terra; et è, ben sai,
qui ricercarli intempestivo et tardi.

Deh non rinovellar quel che n’ancide
10non seguir piú penser vago, fallace,
ma saldo et certo, ch’a buon fin ne guide.

Cerchiamo ’l ciel, se qui nulla ne piace:
ché mal per noi quella beltà si vide,
se viva et morta ne devea tôr pace.