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mercoledì 23 aprile 2014

Giuliano Gabriele



GIULIANO GABRIELE
TARANTELLA DA ESPORTAZIONE
di: Serena Di Sevo

Una freddissima serata di primavera che ce n'è una ogni 10 anni. Si conclude così, con un batter di denti, l'Anteprima del Festival degli Antichi Suoni. Un festival che era stato aperto da un freddo altrettanto austero dall'etnomusicologo Mimmo Cavallaro, con il suo sound potente e raffinato, costruito sulla presenza di una materia misteriosa e ancestrale confluita nell'ultimo lavoro discografico Sacro et Profano. Un Festival che hai freddo ma non vai via, resisti fino alla fine. Dopo il concerto dei Kiepò, Angelo Loia e Marco Bruno, l'apertura dell'ultima serata è affidata al felice connubio di giovanissimi musicisti capitanati dal cantautore italo-francese Giuliano Gabriele che unisce da sempre alla passione per il canto tradizionale, lo studio di strumenti come l'organetto, la zampogna e il tamburo a cornice. La sua voce viscerale eppure classica che sembra rivendicare la riscrittura di una tradizione musicale che pur si vuole omaggiare, si arresta per dare spazio all'altro ospite della serata, Mimmo Epifani (lo intervisto qui), un "genio" del mandolino, che raggiunge la giovane formazione sul palco aggiungendo un momento di estro che è cristallina esperienza del mondo. Fa ancora freddo ma rimaniamo incollati a terra ad ascoltare il ritorno di Giuliano Gabriele, il cuore, l'energia, la passione di una formazione di musicisti che appartiene a pieno titolo al movimento di rinascita del folk italiano. E dopo tanto freddo, una sambuca e due chiacchiere. 


Partiamo da chi sei tu, Giuliano Gabriele.

Giuliano Gabriele più che un io è un noi...noi perché mi piace coinvolgere tutto il gruppo di musicisti con cui collaboro da cinque anni: Lucia Cremonesi, Eduardo Vessella, Gianfranco De Lisi, Gianmarco Gabriele e Giovanni Aquino, sono loro vicino a me l'anima di tutto il progetto, un progetto giovane, con una media di età che oscilla tra i 26 e i 27 anni. Inoltre per me è molto importante sottolineare il fatto che veniamo dalla provincia di Frosinone perché credo, e lo dico sempre, che è da quel lato lì che inizia il vero sud, dopo di noi tutto cambia: così quando andiamo a Roma ci prendono per napoletani, e quando andiamo a sud ci prendono per romani...siamo lì, sulla linea, dove inizia il sud. 

Parlami del vostro ultimo progetto “Tarantella Madre”.

Tarantella Madre è il progetto che prevede l'uscita di un disco a settembre in cui riprendiamo in considerazione tanti testi della tradizione del sud e in cui proponiamo anche delle cose originali tra cui un pezzo in italiano dal titolo “Tarantella Madre” che è forse la proposta più difficile da fare all'interno del nostro genere musicale...non è una cosa semplice.

Un progetto che prova a modernizzare e in qualche modo a sporcare la musica popolare pura. E così? Perché?

Parte un po' dalla nostra curiosità di esplorare la world-music in generale e dalla passione che abbiamo nei confronti della musica nei suoi diversi generi e questo si sente quando suoniamo perché c'è sempre un po' di rock un po' di jazz un po' di blues, world, mediterraneo...

Secondo te qual è la strada che dovrebbe intraprendere la musica popolare nel tempo, andare sempre più indietro alla ricerca delle origini oppure cercare di trattare in modo diverso le sonorità e i temi della tradizione?

Credo assolutamente che le due cose vadano a braccetto...la continua ricerca sui testi, sulle filastrocche e sulle origini è importante per poter intervenire con la propria sensibilità e andare a contaminare la tradizione con la modernità. Deve essere una ricerca che va nelle due direzioni, sia avanti che indietro...non sono assolutamente d'accordo con la posizione di chi ritiene che la musica popolare debba essere una cosa da puristi e sono sicuramente per la sperimentazione e la ricerca, una ricerca che però deva essere fatta con criterio e con attenzione...tanto più in questo momento storico in cui esiste un vasto movimento di riscoperta che porta moltissimi giovani musicisti ad interessarsi agli antichi strumenti come l'organetto e la zampogna per esempio, strumenti che erano scomparsi e che venivano suonati esclusivamente da persone anziane. Ora invece sono moltissimi i giovani che si approcciano al genere in modo professionale. Tutto questo è il segno di un cambiamento in atto che porterà sicuramente il genere in avanti, un cambiamento che si vede, che si sente nella passione e l'interesse che esiste intorno al genere, la voglia di ballare, di ascoltare, di partecipare...

Tu sei insegnante e direttore di festival, oltre che musicista e cantante, ma hai avuto anche esperienze di teatro che peraltro traspaiono dal modo in cui gestisci la tua presenza sul palcoscenico...

L'esperienza col teatro è stata un'esperienza bellissima che mi è capitata un po' per caso e che mi ha dato la possibilità di fare una tournée con artisti importanti...sicuramente ha lasciato il segno, anche perché mi piace immergermi completamente nella musica quando sono sul palcoscenico, ma è qualcosa a sé che non so se rifarò mai in futuro. Sono insegnante, faccio dei corsi di musica, ma sono soprattutto un musicista: la parte più importante del mio lavoro è l'esperienza live. Anche i festival sono entrati nella mia vita e sono per me molto importanti...ho la direzione artistica di alcuni festival in provincia di Frosinone alcuni dei quali sono cresciuti molto nel tempo, per esempio il “Tarantelliri”, che negli ultimi anni ha iniziato ad affermarsi a livello nazionale...se ne parla e soprattutto la gente partecipa! Sognavamo di portare a Frosinone un po' di Salento e un po' di Calabria che accolgono questi festival incredibili dove si balla fino a notte fonda...direi che ci siamo riusciti.

Cosa puoi dirmi dei vostri progetti futuri?

L'uscita del disco è prevista per settembre. Il disco è parte di un progetto in cui credo molto e che è stato pensato anche per una promozione all'estero. Io sono sempre stato attratto da questi grandi festival che esistono in giro per il mondo e che funzionano davvero molto bene; in Italia facciamo ancora molta fatica a stargli dietro, un po' per le difficoltà economiche un po' per altri fattori, ma io sogno di portare questo spettacolo in giro per l'Europa, portare lì la nostra musica nazionale...la tarantella! Tecnicamente la tammurriata, la pizzica e la tarantella vengono distinte, però nella mia testa sono un'unica cosa e vorrei portarle in giro chiamandole così: è la tarantella, la nostra musica nazionale.

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Festival Tarantelliri: Pagina ufficiale

venerdì 18 aprile 2014




Mimmo Epifani
Mandolinate on the road
di: Serena Di Sevo 


È la notte del 13 aprile 2014. Si è appena concluso il concerto di Anteprima dell'ormai storico appuntamneto estivo con il Festival degli Antichi Suoni nel borgo medievale di Novi Velia in provincia di Salerno. L'esibizione di Mimmo Epifani, unitamente all'uscita del suo nuovo disco “Pe I Ndò” è l'occasione per scambiare due chiacchiere con il virtuoso del mandolino e della mandola nato a San Vito dei Normanni, paese in cui si presume sia nata la pizzica e la taranta, che a partire dalla passione per le tradizioni popolari ha creato nel tempo un sound composito e moderno, contaminando il suono del mandolino con esperienze musicali diverse: jazz, raggae e ritmi ska e diventando musicista internazionale con una forte tendenza all'indipendenza e all'esplorazione musicale. Sempre in viaggio, Mimmo Epifani ha collaborato con Roberto De Simone, Eugenio Bennato, Ambrogio Sparagna, Acquaragia Drom, Navegante, Avion Travel e negli ultimi anni tra i principali protagonisti della Notte della Taranta.

Parliamo innanzitutto di te. Sei pugliese, ma sei un viaggiatore, un esploratore di culture diverse. Chi è Mimmo Epifani?

Non sono un viaggiatore di natura ma è stata la musica che mi ha portato a viaggiare e soprattutto il mio strumento, il mandolino, che mi spinto a farlo conoscere in giro per il mondo, insieme allo spirito, alla curiosità di conoscere posti nuovi, cibi nuovi, sapori. Uno strumento ti spinge a vivere esperienze sempre nuove, ad incontrare persone, musicisti che poi porti con te quando torni a casa...Se mi trovo in Marocco penso: “Chi ci ritorna più in Marocco?”. E allora faccio la mia musica e ci metto un po' di Marocco dentro, per ricordarmi di quel viaggio, di quell'esperienza. 

Il tuo ultimo lavoro discografico si chiama “Pe I Ndò”. Raccontaci come è nato, del suo significato.

Il disco parla del viaggio, del partire e del ritornare, della viandanza, delle radici, dell'appartenenza. Il titolo viene da una poesia del mio caro amico Raffaele Marchetti a cui ero molto legato e che purtroppo non c'è più. “Pe I Ndò” significa “per andare dove” ed è la domanda che Raffaele poneva ai ragazzi che vedeva partire, lasciare la propria casa alla ricerca di un lavoro o per inseguire un sogno. Ma per andare dove? Si chiedeva Raffaele, perché andate là quando qui a casa vostra potete fare delle cose? Il disco è stato registrato nel paese di Raffaele, Giulianello.

Spiegaci come lavori. Ti senti più uno studioso, un ricercatore o un musicista d'ispirazione?

Io non nasco come un compositore, credo che nessuno nasca compositore, io nasco come musicista, anzi, come un allievo barbiere: ho impararto a suonare il mio strumento in una barberia a San Vito dei Normanni in provincia di Brindisi, dove si tenevano lezioni di mandolino ma anche di chitarra e fisarmonica dai maestri Costantino Vita, barbiere e musicista, e "Maestro" Peppu D'Augusta. Ero andato da questo barbiere per imparare un mestiere e ho appreso le canzoni e le melodie che accompagnavano il lavoro, però erano delle musiche specifiche, che si suonavano solo in quel contesto, e che creavano un'arte dal repertorio molto limitato. Ecco...solo dopo aver appreso quell'arte, ho cominciato a comporre.

Quale credi sia il futuro della musica popolare? Che strada dovrebbe prendere? Cercare nuove strade, nuovi temi, o andare sempre più indietro radicalizzando così la sua vocazione “archeologica”?

Più che della musica popolare io parlerei delle strade che devono prendere i musicisti per creare questa magia. Dovrebbero prima imparare come si suona e come si suonava originariamente uno strumento, dovrebbero andare dalle persone anziane, vedere come vivono, capire come vivevano e solo a questo punto presentare la loro esperienza su un palco con le dovute contaminazioni della modernità. Questa è la strada della musica popolare. Ormai prendiamo spunto dai balcani, spunto da qua e da là ed è un gran macello. Ricercare le proprie origini è fondamentale per i musicisti che si avvicinano a strumenti tradizionali come la chitarra battente, l'organetto o il mandolino. Non bisogna necessariamente rimanere ancorati all'utilizzo dello strumento così com'era nell'800, come non possiamo parlare un dialetto o una lingua che si parlava 200 anni fa e non possiamo vestirci come 100 anni fa, semplicemente bisogna avvicinarsi al passato e agli strumenti tradizionali con rispetto.

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