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giovedì 8 maggio 2014

ITALIA O MORTE

Non dirmi che hai paura
di: Giuseppe Catozzella
[Feltrinelli, 2014]
Tra i dodici finalisti del PremioStrega.


Non capita tutti i giorni, a una vecchia cinica quale sono, di addormentarsi con la rabbia nel cuore, quello stesso cuore abitato da un disprezzo troppo solido, troppo pietrificato, per riuscire ancora a esprimersi in commozione. È il regalo che il tuo paese ti ha consegnato quando non eri già più bambina, quando la vita ti aveva detto altro e i sogni non erano già più disposti al compromesso. Il mio futuro è stato sempre tacitamente immaginato come qualcosa di già scritto: per quanti danni, errori e indolenza potessi aggiungere a quel disegno, sarebbe stato una passeggiata in discesa che conduceva a un lavoro a una casa, a un punto interrogativo che non poteva far paura. Tutto andrà bene. E sì, ancora ce lo diciamo, con le incazzature, gli strappi e le delusioni, i sacrifici che non portano a nulla, sì, tutto andrà bene. È il prezzo del benessere. L'illusione della resistenza del benessere è il prezzo che paghiamo per un'esistenza sottoposta al dominio di interrogazioni strutturali elevate a sistema. Così pensi di andar via, di mollare tutto, di tanto in tanto qualcuno ti suggerisce di partire, che chi te lo fare di stare qui. Così leggendo di Samia, pensi al suo di viaggio, e pensi ai suoi di sogni. Pensi che sei malata di occidentalismo e di rassegnazione con storia di Samia che è tutta lì nelle tue mani, tra le pagine del libro troppo breve Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella, pensi alla sua vita che non puoi cambiare, ma che il tuo paese avrebbe potuto salvare e che, invece, ha lasciato che sprofondasse sul fondo del mare insieme ai suoi sogni.
Samia è stata un'atleta somala, nata a Mogadiscio nel 1991 e morta il 2 aprile del 2012, inghiottita  dal mar Mediterraneo, al largo di Lampedusa, mentre cercava di raggiungere le funi lanciate da un'imbarcazione italiana. Soltanto quattro anni prima Samia rappresentava il suo paese alle Olimpiadi di Pechino del 2008, nei 200 metri, raggiungendo il record personale di 32''16 che le valse ugualmente l'ultima posizione della sua batteria. Samia non era una professionista: si presentò alle Olimpiadi denutrita e atleticamente impreparata, ma corse la sua gara con orgoglio nonostante le grida di incitamento del pubblico le dicessero che era ultima, che aveva catturato l'attenzione del pubblico in quanto ultima, in quanto la sua era la storia perfetta per i palati degli occidentali e per i loro ipocriti sentimentalismi. Ma lei voleva vincere per il suo paese, tornare nel suo paese, riscattare la Somalia per suo padre e per sua sorella e per tutti quelli che alla Somalia non erano sopravvisssuti. Si allenava di notte, nel buio del burqa, per le strade di Mogadiscio, correva tra i miliziani; ma il suo paese non la vedeva mentre correva e alla fine Samia decise di partire: avrebbe partecipato alle Olimpiadi di Londra. Attraversò mezzo mondo su una jeep, attraversò la galera, la disperazione, la malattia, attraversò il deserto e infine vide il mare. Si potrebbe credere che la morte di Samia possa essere stata un espediente per affermare che le migliaia di vittime del Mar Mediterraneo non sono tutte uguali, perché la sua di morte, la morte di un'atleta olimpica, sarebbe una morte particolarmente tragica. Ma no, non è questo. Catozzella non ha costruito una favola del nostro tempo, ma si è limitato a raccontare  una storia che se ha dell'esemplare è soltanto per la sua natura trasversalmente agghiacciante. Lo sai sin dall'inizio che Samia non si salverà, sai che il suo sogno di correre libera e nuotare in quel mare che le è stato vietato sin da quando era bambina, potrà realizzarsi soltanto nella morte. E sai che la morte di Samia, e delle altre migliaia di vittime del Mediterraneo ricade sulla testa del tuo paese, sottoscritta dall'indifferenza del tuo vicino di casa e dalla casalinga di Voghera che non incontrerai mai.


Le vittime del Mediterraneo sono più di 23 mila in 14 anni, un numero spaventoso, peraltro impossibile da verificare con certezza (molte vittime non sono mai state registrate). 
Per saperne di più:
Qui il testo integrale: Migranti, la guerra del Mediterraneo




sabato 14 dicembre 2013

LA DIFFICILE ARTE DEL MORIRE


Capitolo I. #Donnacce

Il libro di Francesca Serra, La morte ci fa belle, di cui ho parlato qui non è destinato ad esaurirsi nella mia mente. Perché ripeto, apre una serie di spunti interessanti per andare a fondo del problema chiacchieratissimo della morte al femminile, degli uomini che ammazzano le donne. Un problema sviscerato nel libro attraverso una schizofrenica catalogazione della donna/sposa/vecchia/puttana cadavere nella storia dell'arte e della letteratura. Un mito fondatore della cultura odierna. Una cultura asfittica e aggrinzita se privata di quello stesso mito, un basamento/catapulta della cultura del maschio. 
Il libro offre una galleria di esempi letterari brevissimi, una bottega di anticaglie tra cui è possibile trovare di tutto e di tutte le epoche, un libro che impone una revisione più distesa dei testi citati, un libro che invoglia e entusiasma a riprendere in mano vecchi libri dimenticati, ricordi più o meno coscienti di letture bambine (I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift)  cose che non abbiamo letto e che forse non leggeremo mai (Paul e Virginie di Bernardin de Saint-Pierre) cose che assolutamente dobbiamo leggere (Mago sabbiolino di Hoffmann e Lo scarabeo d'oro di Poe) cose curiose (Di diavol vecchia femmina ha natura di Franco Sacchetti) cose che giacciano nel cassetto della nostra formazione e che pensavamo di aver digerito completamente (Decameron di Giovanni Boccaccio). Qui scopriamo che Boccaccio non è l'inventore di storie esemplari del riscatto femminile, ma il regista della più grande delle rappresentazioni ammonitrici per donne capricciose e indisposte ad offrirsi al desiderio maschio.
Ripartiamo da qui. Da Nastaglio degli Onesti.




Amabili donne, come in noi è la pietà commendata, così ancora in noi è dalla divina giustizia rigidamente la crudeltà vendicata; il che acciò che io vi dimostri e materia vi dea di cacciarla del tutto da voi, mi piace di dirvi una novella non men di compassion piena che dilettevole. 

In Ravenna, antichissima città di Romagna, furon già assai nobili e ricchi uomini, tra’ quali un giovane chiamato Nastagio degli Onesti, per la morte del padre di lui e d’un suo zio, senza stima rimase ricchissimo. Il quale, sì come de’ giovani avviene, essendo senza moglie, s’innamorò d’una figliuola di messer Paolo Traversaro, giovane troppo più nobile che esso non era, prendendo speranza con le sue opere di doverla trarre ad amar lui; le quali, quantunque grandissime, belle e laudevoli fossero, non solamente non gli giovavano, anzi pareva che gli nocessero, tanto cruda e dura e salvatica gli si mostrava la giovinetta amata, forse per la sua singular bellezza o per la sua nobiltà sì altiera e disdegnosa divenuta, che né egli né cosa che gli piacesse le piaceva. La qual cosa era tanto a Nastagio gravosa a comportare, che per dolore più volte, dopo molto essersi doluto, gli venne in disidero d’uccidersi. Poi, pur tenendosene, molte volte si mise in cuore di doverla del tutto lasciare stare, o, se potesse, d’averla in odio come ella aveva lui. Ma invano tal proponimento prendeva, per ciò che pareva che quanto più la speranza mancava, tanto più moltiplicasse il suo amore. Perseverando adunque il giovane e nello amare e nello spendere smisuratamente, parve a certi suoi amici e parenti che egli sé e ’l suo avere parimente fosse per consumare; per la qual cosa più volte il pregarono e consigliarono che si dovesse di Ravenna partire e in alcuno altro luogo per alquanto tempo andare a dimorare; per ciò che, così faccendo, scemerebbe l’amore e le spese. Di questo consiglio più volte fece beffe Nastagio; ma pure, essendo da loro sollicitato, non potendo tanto dir di no, disse di farlo; e fatto fare un grande apparecchiamento, come se in Francia o in Ispagna o in alcuno altro luogo lontano andar volesse, montato a cavallo e da suoi molti amici accompagnato di Ravenna uscì e andossene ad un luogo forse tre miglia fuor di Ravenna, che si chiama Chiassi; e quivi, fatti venir padiglioni e trabacche disse a coloro che accompagnato l’aveano che star si volea e che essi a Ravenna se ne tornassono.

venerdì 27 settembre 2013

SESSO E SOCIALISMO...

...OVVERO METELLO
di Vasco Pratolini

Ci sono libri che fanno la storia e libri che non ha mai letto nessuno. Certi libri scompaiono nell'indifferenza generale, senza lasciare tracce così com'erano comparsi. Alcuni generano scalpori enormi quanto fugaci. Libri bruciati. dimenticati, regalati, persi. Ogni libro ha la sua storia di pochezza o di grandezza. Molte storie non valgono la pena. Oppure sì. E Metello, che non possederà per tutti tratti di grandezza, né il potere di segnare la memoria, non farà forse alzare cori unanimi di approvazione, è una storia che merita d'essere raccontata, tuttavia; qualsiasi cosa ne pensiate: non lo leggerete mai, forse sì, ci penserete.
Pubblicato da Vasco Pratolini nel febbraio del 1955, ideato come parte di una trilogia Una storia italiana, con la quale l'autore si proponeva di ripercorrere e raccontare la società italiana dalla fine dell'Ottocento agli '50 del Novecento (seguiranno Lo scialo, il secondo romanzo della serie pubblicato nel 1960, e il terzo, Allegoria e derisione, del '66). 
Pratolini scrittore e poeta, fu spesso al centro dell'attenzione critica dei suoi contemporanei, perché riuscì a cogliere nel segno delle trasformazioni in atto nella cultura italiana, alla ricerca di nuove forme di espressione, e affaccendata nel restyling delle noiosità dei linguaggi standardizzati. E con Metello certe ferite sanguinarono. 
"Una storia privata, semplice e oscura che s'inquadra nel processo di trasformazione della società" - recita pressappoco la presentazione al libro - la storia del muratore Metello e del suo percorso di formazione di una coscienza di classe conquistata progressivamente nell'ambito delle lotte sociali tra il 1875 e il 1902. Lotte sociali, politica e coscienza di classe, motivi per cui a molti non piacque, e ragioni per cui ad alcuni invece piacque. In un periodo in cui si parlava di realismo sovietico, tirando in ballo Lukàcs Gramsci e De Sanctis, come alternativa al dilagare della cronaca neorealistica, Metello arrivò a mettere scompiglio. La critica marxista si spaccò tra estimatori (Aristarco, Salinari) e detrattori (Muscetta), perché Metello passava troppo tempo alle riunioni o troppo poco, perché Metello stava troppo in camera da letto o troppo poco, perché per gli uni il sesso era un'arma di distrazione dalla lotta politica e per gli altri era invece il segno di una nuova maniera di affrontare il problema centrale della letteratura: il personaggio, indagato a 360°. La discussione, alla quale presero parte, tra gli altri, Carlo Bo, Giuseppe De Robertis, Enrico Falqui, Franco Fortini,va inquadrata nella grande stagione della critica italiana, una critica capace di assumere il ruolo di incoraggiamento e di sviluppo delle linee dell'arte, e, nel caso specifico, di indicare la direzione per un progetto autentico di arte realistica carica di valori civili, sociali e storici. Così se si va a spulciare bene tra le pagine delle riviste del tempo, è facile trovare Vasco Pratolini accanto al nome di Luchino Visconti. Quella sul Metello fu una diatriba speculare e sincronica alla polemica cinematografica intorno a Senso di  Visconti, per consonanza di argomentazioni, marxismo, neorealismo, realismo e controrealismo, a dimostrazione di quanto tedio regnasse nella cultura italiana dell'epoca, imprigionata tra il bozzettismo e la ripetizione martellante di personaggi/automi. E se fosse possibile stabilire verità assolute all'arte, la verità assoluta su Metello oggi sarebbe che, nonostante il tempo passato a letto e nel grembo delle ragazze piuttosto che nel grembo della storia, il nostro protagonista è comparso sulla soglia della storia della letteratura italiana, parlando simultaneamente al passato e al futuro dell'Italia pubblica e privata.

Un romanzo popolare, un classico della letteratura italiana ancora attuale.




lunedì 1 luglio 2013

BORIS VIAN | LA SCHIUMA DEI GIORNI



Uscito nell'immediato dopo guerra (1947) per l'editore Gallimard, La schiuma dei giorni si rifrange nel corso dei decenni successivi calamitandosi alle atmosfere d'insofferenza in fieri, un libro di culto per il '68 che scopre nelle incendiarie immaginazioni, nelle strambe associazioni, una risposta dissacrante verso l'ordine costituito, politico, sociale e culturale, un capolavoro letterario che dura da settant'anni, una folgorazione per lettori di epoche distanti. Quella di Vian è una realtà magica, la malattia è un fiore, l'amore atto mortifero e sublime, il suono corrisponde sempre ad una specifica materia connaturata, le canzoni si materializzano, gli ambienti sono la proiezione dell'umore di chi li abita, l'età anagrafica elemento mutante...l'unica cosa che conta è l'amore e la musica di New Orleans e Duke Ellington. Il mondo di Vian si condensa sulla superficie di pagine che vogliono essere scritte da un'esistenza perfetta fatta di musica jazz, buona cucina e d'amore per 3 coppie di amanti, finendo per evaporare nel fumo nero di un'esistenza tragica per costituzione. Ogni pagina possiede il senso sperduto della realtà che non è affatto irrealtà, sogno, ma delirio scomposto con il metro della regola sociale, ogni pagina è totalmente vera perché è totalmente inventata: ogni singolo quadro ha l'odore di uno sguardo lucido e penetrante la propria immaginazione. Perché tutte le fasullagini degli pseudo realisti con le loro fotografie-bare del pernsiero critico, hanno sistematicamente mancato il centro della realtà. Provate a leggere pagine più acute sulle alterazioni prodotte dalla presenza in casa di un malato terminale, la claustrofobia degli ambienti occupati dall'incertezza, dalla rottura del ritmo, Chloé; provate a cercare più amara dissacrazione della marcia funebre, del prete, della messa sottoposta allo sguardo distratto del Cristo in croce; il montaggio d'immagini di fabbriche e cantieri, di impiegati dadaisti e aguzzini burocrati, di cannibalici commercianti e di medici inetti. Puoi fermarti a chiacchierare con una nuvola o andare in giro a guardare le vetrine, con un macellaio che sgozza bambini per la pubblicità dell'assistenza pubblica, e un pancione grasso a pubblicizzare un ferro da stiro, perché con quello la vostra pancia non farà più una piega. L'ambiente esterno è abitato da mostri e all'interno c'è un uomo bello, ricco e cautamente infelice, Colin, con la sua tavola imbandita di improbabili salse speziate, animali vivi e intrugli d'alta cucina, con i suoi topi che spuntano dal portaspazzolino, con il suono liquido del pianocktail che non lascia mai dubbi su cosa bere sù un buon disco per ballare lo sbircia-sbircia, Colin che vuole l'amore e che può vivere senza lavorare. Chi deve lavorare, invece, è Chick, per guadagnare quel che basta ad alimentare il proprio feticismo di collezionista delle opere di Jean-Sol Partre, Paradosso dello schifo, Scelta preliminare prima del rivoltone di stomaco, una ricerca maniacale, un'ossessione, che mette tutto in secondo piano, anche l'amore per Alice. E lì, nelle tenebre di un'infelicità paradossale ma non priva di cause riconoscibili, abita il verme che non vorresti mai inghiottire perché ti costringerà a pensare a quanto c'è di accidentale, di ingiusto, di ricercato nella tua miseria.
Pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, leggetelo.

 
Là dove i fiumi si gettano nel mare, si forma una barriera difficile da superare, e grandi vortici schiumanti in cui ballano i relitti. Di fuori la notte, là dentro la luce della lampada, e in mezzo i ricordi rifluivano nell'oscurità, si urtavano nel chiarore, e mostravano le loro pance bianche e le loro schiene argentate, galleggiando qualche volta in superficie, altre volte affondando di nuovo.

Serena Di Sevo

domenica 9 giugno 2013

NEL SEGNO DELLA PECORA | MURAKAMI


ALLA RICERCA DI UN SENSO
Nel segno della pecora (titolo originale: (羊をめぐる冒険 Hitsuji wo meguru bōken) 1982
di Haruki Murakami (Kyoto, 12 gennaio 1949)
Pubblicato in Italia da Longanesi & Co nel 1992, e da Einaudi nel 2010.

A volte ho l'impressione di essere diventato il custode di un museo. Un museo vuoto, senza visitatori, 
a cui faccio la
guardia solo per me



Un pubblicitario abbandonato dalla moglie e insofferente al proprio lavoro con un socio alcolizzato incontra una ragazza che cerca se stessa facendo sesso con tutti gli uomini che incontra [o quasi], un estremista di destra, un tipo losco con la cravatta e una donna con delle orecchie bellissime. La sua è una vita stramba vissuta senza consapevolezza dove tutto accade sopra la sua testa. Davanti a lui c'è soltanto una nebbia grigia. Ma un bel giorno si ritrova ad avere una missione: trovare una pecora; unico indizio: una macchia a forma di stella sulla schiena. Non ha molto senso e in fondo non è neanche una vera missione, probabilmente è solo un sogno di quelli che ti porti a letto per un po' di notti senza sapere quando è iniziato o dove ti porterà, ma che abbracci tra le lenzuola con avidità sapendo che bene o male prima o poi potrai venirne a capo, ma anche no. Tutto è assurdo, surreale, ma possibile. Vuole sapere che cos'è questa pecora, vuole capire che cosa sta cercando. Si sa che la nostra pecora è incostante perché entra nelle persone condizionandone l'esistenza, fornendo una direzione e una condotta e poi le abbandona, lasciandogli dentro un vuoto incolmabile. La pecora [maybe] è il senso dell'esistenza che qualcuno ha avuto la fortuna di cogliere o di possedere. Per tutte gli altri l'unica strada possibile è nella ricerca del senso, ricerca che non mira ad un esito positivo, ma soltanto ad alimentare quell'insoddisfazione perennemente da soddisfare.

Questo lo spirito con cui leggere il suo nuovo romanzo 1Q84, mille pagine, 3 volumi.




mercoledì 22 maggio 2013

ACCABADORA O DELL'EUTANASIA

Francisco Goya, Atropo, o il destino, 1819-1823

Una bambina generata due volte, una donna che non può morire.


Accabadora
di Michela Murgia (Cabras, 1972)
Einaudi 2009
 
ACCABADORA
  [dal termine spagnolo Acabar: finire, terminare]
leggendaria figura della cultura sarda sospesa tra mito e realtà, la sacerdotessa della morte era una donna, generalmente anziana, che assolveva il delicato compito di facilitare il trapasso dei malati agonizzanti nelle comunità agro-pastorali. I suoi strumenti erano il cuscino o il su mazzolo. L'accabadora condensa in sè l'immagine cupa del trapasso, quello più truce, quello più sofferto e agonizzante, dei malati terminali; in definitiva, l'immagine dell'eutanasia ante litteram

 
FILLUS DE ANIMA
è così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna, dalla sterilità di un'altra.


La piccola Maria, quarta figlia non desiderata della vedova Anna Teresa Listru, all'età di sei anni viene affidata ad un'anziana signora sola, Tzia Bonnaria Urrai; tra di loro si stabilirà da subito un rapporto speciale, di una madre e di una figlia legate dal sentimento profondo della riconoscenza. Il rapporto si spezza quando Maria scopre l'attività notturna dell'accabadora. Maria abbandona Tzia; si trasferisce a Torino guadagnando un po' di soldi come bambinaia. Ma la strada del ritorno verso casa la attende con la peggiore delle sorprese.


Tzia Bonnaria Urrai è un'accabadora quando deve, ma è soprattutto una sarta, una donna sola, che intravede in Maria la sua possibile compagna di vita, una figlia, un'amica. L'una senza l'altra non sarebbero altro che anime invisibili e solitarie. Insieme possiedono la forza della consapevolezza non comune di capire il senso profondo della vita e della morte perché Maria è una fill'è anima e Tzia Bonnaria è un'accabadora. Sono due solitudini che s'incontrano per scambiarsi un pezzetto di ciò che non conoscono appieno: perché Tzia, avvinghiata nella solitudine di una vita stroncata dalla morte dell'uomo che amava e intrappolata nella figura mortifera di accabadora, è una donna anziana che coglie il senso della vita solo grazie a Maria, la quale sa della morte che è ciò che è successo al padre che non ha mai conosciuto. Maria dovrà fare i conti con quell'immagine sublimata e capirà a sue spese che a volte la morte è la liberazione da un limbo che non è morte, non è vita, ma è supplizio, condanna.

L'incontro degli opposti, la nascita e la morte, nei personaggi di Maria e Tzia ha un sapore atavico rimodulato con un'arguzia pirandelliana che fa di questo romanzo una tragedia estremamente moderna. Perché se è vero che la "gestione" della morte nelle società agro-pastorali ha un carattere materialistico che non può e non vuole perdersi nel sentimentalismo fasullo di una morte ricoperta dal tabù, è anche vero che qui l'accabadora è calata in un contesto novecentesco rappresentato dalla figura "moderna" di Maria, che non può capire il senso profondo delle azioni di sua madre perché la sua cultura glielo impedisce. Michela Murgia è riuscita nell'opera impossibile di parlare di eutanasia con il tatto e il pensiero multiforme del grande scrittore. Il risultato è un romanzo dove ogni singolo personaggio [e ogni lettore] perde lungo il cammino qualche certezza, trovando [maybe] qualche apertura in più al pensiero altrui, qualche libertà in più nella scatola nera del moralismo.
L'eutanasia è una palla di fuoco nel racconto della società contemporanea, una società che in fondo non sa decidersi tra cattolicesimo e materialismo, tra senso pratico e falso moralismo, tra scetticismo e superstizione; ma tutto questo è puro racconto. Perché ogni giorno qualcuno lotta contro la propria non-vita circondato dall'affetto di chi, egoisticamente, vorrebbe non morisse mai. Dove manca Atropo c'è l'accabadora, dove manca l'accabadora ci sono schiere e schiere di inutili verità soggettive sul destino e sulla morte.

[In una notte come questa, una di "quelle notti comuni senza nessun peccato a cui dare la colpa di essere svegli" può capitare che il pensiero si fissi su un'immagine, quella nera e scura dell'Accabadora, nascosta nel suo scialle nero, invisibile come un ragno]

{nel 2005 Mauro Boselli aveva disegnato nel n.59 del mensile “Dampyr” (Sergio Bonelli Editore) il fumetto “Le terminatrici”, con nere accabadore dipinte come streghe vendicatrici che danno la morte}

lunedì 13 maggio 2013

CUORE DI CANE di MICHAIL BULGAKOV



Oleg Kulik, Pavlov's dog, 1996 




[Ho letto "Cuore di cane" di M. Bulgaov, tutto d'un fiato nel mitico bus Roma-Urbino delle 7,30 a.m.
Dovevo leggere "Nell'Intimità" di Kureishi Hanif e speravo di farlo ora, ma non posso. Non riesco a prendere sul serio nulla con un titolo simile. Non mi fido di un titolo simile: mi addormenterei di certo e potrei risvegliarmi con il gene del maschilismo. So...]



Cuore di cane
Titolo orginale: Sobač 'e serdce, 1925
di Michail Bulgacov (Kiev 1891)
romanzo fantascientifico-satirico

❝ Io sono un cane randagio, i passanti mi chiamano Pallino; è un nome che non amo, ma che accetto con rassegnazione perché, non si sa mai, prima o poi qualcuno di loro potrebbe passarmi una salsiccia. Sono libero, ma diffidente; potrei rinunciare alla mia libertà, accettare persino un guinzaglio e di essere esibito al parco, in cambio di un tappeto sul quale dormire, perché di bastonate ne ho prese fin troppe in nome di una natura che non ho scelto. Certo, non mi aspettavo che per una salsiccia sarei finito a fare da cavia da laboratorio a un medico pazzoide ❞
Cuore di cane inizia così, con un paradossale realismo, scandito dal monologo consapevolissimo di un cane randagio.
1925. Le strade di Mosca brulicano eccitate sull'onda della rivoluzione e della ristrutturazione bolscevica. Un medico stimatissimo per le sue doti di guaritore dai più fantasiosi malanni, raccoglie un cane per strada, gli offre le migliori cure, lo nutre, lo riempie di affetto, lo accoglie nel suo appartamento di nove stanze, e, mentre fuori l'uomo nuovo avanza, dentro un nuovo cane sta per venire alla luce, il cane Pallino sta per trasformarsi nell'uomo Pallinov attraverso il trasferimento dell'ipofisi e delle ghiandole seminali prese dal cadavere di un alcolizzato. Un'operazione allucinata e fulminea.
In nome della ricerca e per l'evoluzione della conoscenza molte sono le tentazioni alle quali può essere sottoposto uno scienziato, e molte sono le strade percorribili per assecondarle. Il tentativo di superare le barriere imposte dalle leggi della natura è una strada percorribile da personalità creative e, nondimeno, folli, le cui probabilità di riuscita dipendono da un fattore fondamentale: il tempismo. L'avventura millenaria del progresso è costellata di cocenti fallimenti dovuti non già all'irrealizzabilità del progetto o alla bassezza dell'idea, ma dovuti alla mancanza di tempismo e pianificazione. Prima di decidere di trasformare un cane in uomo, anche lo scienziato più accorto e attrezzato dovrebbe porsi delle domande fondamentali, valutando i tempi e individuando lo scopo dell'impresa. La domanda fondamentale da porsi è: cosa accade se trasformo un cane in uomo? Quale sarà la sua identità? Cosa mi aspetto io?
Pallinov è un mostro, un ibrido: né cane, né uomo, dominato da istinti irrazionali e biechi, mente, esaspera, ha perso totalmente la consapevolezza e la razionalità che possedeva in principio. Il discorso in prima persona di Pallino diventa, dall'operazione in poi, un racconto impersonale e polifonico, dove nessuno sa cosa sta facendo di se stesso e ciascuno è dominato dall'incomunicabilità e dall'incomprensione verso gli altri. Il medico Filìpp Filìppovič Preobrazénskij odia Pallinov almeno quanto odia l'uomo nuovo presentato dai bolscevichi, in entrambi i casi teme di aver assistito alla nascita di una "specie di mostro costruito in provetta". Questo testo potrà divertire, dividere, far discutere e viaggiare nei luoghi inesplorati della mente umana condensata nel pensiero di un cane; la fame e il senso di abbandono possono indurre un cane a farsi installare qualche strano driver nel cervello e, in questo, il testo è straordinariamente attuale.
Non è casuale che il destino editoriale del libro sia stato travagliatissimo, come la vita del suo autore. Confiscato immediatamente e inserito nei fondi di conservazione speciale, è rimasto inedito fino al 1967 quando venne pubblicato in Italia dall'editore De Donato; in Urss, invece, dove il testo circolava clandestinamente nei samizdat, è stato pubblicato soltanto nel 1987.

martedì 7 maggio 2013

WU MING: PREVISIONI DEL TEMPO


                                           

PREVISIONI DEL TEMPO_2008
di Wu Ming

STABILE A SUD FORTI TEMPORALI A NORD ☁☔☂
La munnezza è oro”

Il romanzo breve [o racconto lungo]  Previsioni del Tempo del collettivo di scrittori Wu Ming scritto su “commissione” per la collana VerdeNero di Edizioni Ambiente, ripubblicato da Einaudi Stile Libero nel 2010, rientra sì nel boom di interesse [e interessi] sulla Camorra e sulle questioni ambientali legati alla normale-emergenza-rifiuti verificatosi a cavallo tra il 2006 e  2010 ma è molto di più di questo. Scrivere un romanzo su commissione qui non ha implicato l'asservimento ad una tesi propagandistica; il romanzo è stato piuttosto concepito da Wu Ming 3 e Wu Ming 5 come la risposta personalissima [sebbene collettiva] alla domanda [semplicissima e vaghissima] dell'editore: ci scrivereste qualcosa sull'ambiente? Domanda che, tutto sommato, oggi coincide con quella del lettore, e nel contempo del mercato. La risposta è qui affrontata “letteralmente” perché sotto la lente di ingrandimento finisce non solo il mondo dei traffici illeciti di rifiuti, di armi, di bestiame, e non solo gli allucinati e schizzati protagonisti cocainomani di un on the road camorristico che sorprendentemente non è ambientato a Napoli, ma ad essere inquadrato è l'intero ambiente, l'intero sistema "mondo" nel quale siamo tutti coinvolti, come tanti pezzetti che pian piano si scontrano. In apertura tutto è regolato da un'intelligentissima intenzione ludica: giocare coi personaggi e con il tempo [il loro tempo], giocare con il lettore dosando le informazioni, sfidandolo a comprendere. Il vero gioco è sull'atto della scrittura: l'autore che dice io è un multiplo che saltella da un personaggio all'altro fornendo gli indizi di un rebus, un enigma. Cosa sono le attività criminali, dove iniziano e dove finiscono, chi sono i criminali, da quali logiche sono governate? Non sono domande, ma enigmi [certo, non per tutti]. E, naturalmente, non ci sono risposte. Le previsioni non sono buone: Pioggia. Disgraziatamente aprire l'ombrello non basterà a ripararsi dalla merda quando comincerà a piovere davvero, per tutti. 
Un romanzo breve, centellinato, mozzafiato.

Che tono serio! Sarà che avrei una certa stizza ad essere "cazziata" da Wu Ming, soprattutto se sono in 5, a seconda dell'intonazione.

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lunedì 11 marzo 2013

IL BANCHIERE ANARCHICO


IL BANCHIERE ANARCHICO
Titolo originale: O banqueiro anarquista, 1922

di: Fernando Pessoa
(Lisbona 13 giugno 1888, Lisbona 30 novembre 1935)

Un banchiere anarchico. Potrà sembrare paradossale, ma, come dice lo stesso Pessoa, un paradosso ha valore solo quando non lo è. Pessoa prende un ossimoro universale e cerca di scioglierlo interpretando i 2 ruoli principali del racconto, gli ennesimi alter ego della sua vita. 
Il plot è molto semplice: un banchiere racconta ad un giornalista come sia arrivato a realizzarsi come anarchico, nella teoria e nella pratica, scegliendo il mestiere di banchiere, abbandonando l'illusione di una lotta collettiva e di classe, abbandonando i suoi compagni dopo aver capito che ogni forma di organizzazione seppur anarchica non è altro che la creazione di una nuova tirannia consistente nella dissoluzione del sistema esistente per la creazione di un sistema nuovo, che in quanto tale non può essere che ingiusto. Il suo percorso affronta e scioglie le mille contraddizioni tra la natura umana (che è profondamente egoista e utilitaristica) e l'anarchismo (che persegue un obiettivo di felicità universale) individuando nell'arricchimento personale la risposta ad un doppio ordine di esigenze: svicolarsi dal sistema, fottendolo. 

Come osserva Concita De Gregorio nella prefazione al libro dell'edizione che ho letto, il racconto sembra la lezione alla lavagna di un professore malato di pedanteria. Piuttosto noioso. Ma la noia sta nella prosa e nel ritmo, non nel cuore di chi legge. La mia pelle si è macchiata di pulsanti escrescenze, i miei capelli elettrificati hanno assunto variopinte sfumature di verde acido, e il mio debole cuore non ha retto a cotanto dolore. E quel dolore dura ancora. Non c'è nulla per cui valga la pena lottare se non per la propria e solitaria felicità, ciascuno per proprio conto, coi propri mezzi e per i propri scopi. Qualsiasi tentativo in direzioni diverse non può che essere frustrato. Ti vien naturale odiare questo libraccio, ti viene facile vedere quanto sia stato folgorante e veggente sul futuro del XX secolo e non puoi far altro che incassare il colpo. Il libro è la dimostrazione di una formula matematica e che ti piaccia o no il risultato è esatto. Alle scuole medie si usava forzare il risultato delle dimostrazioni sperando che il prof. non si accorgesse dell'imbroglio, e al liceo capitava che qualcuno ti passasse l'esercizio di matematica (che tu eri convinto fosse la lista della spesa della mamma di Mohammed) chiedendoti di cambiare qualcosa per evitare di essere beccati dalla prof. Ma come è arrivato Pessoa (e chi con lui) a far quadrare la formula? Forse simpaticamente forzando il risultato dell'esercizio? Forse cambiando qualcosa all'onestà della formula originaria? Certo, perché tra le molte cose che siamo stati capaci di mescolare nel secolo scorso, oltre alla carte della briscola e del tressette, ci sono le formulazioni politiche con i modi personalissimi di aderirvi. E Pessoa ci viene a raccontare che un banchiere si è fatto libero (come Gesù Cristo si è fatto uomo) arricchendosi, fottendo il sistema senza alimentarlo, perché il sistema capitalistico esisterebbe ugualmente anche senza la sua adesione e che cesserà di esistere non già quando smetteranno di esistere i capitalisti, ma quando il capitalismo verrà sconfitto. E il gatto si mangia la coda e bla bla. Provate a togliere un piede al tavolo e vediamo quanto resiste prima di accasciarsi. E basta con questa storia che non siamo nulla in confronto al tutto. E non parlo né di universi paralleli né di qualsivoglia aldilà. Ma parlo di questo mondo materiale e di questa contingenza, in cui tutti si sentono pecore e si comportano da pecore ma non la smettono più di belare sperando che qualcuno le scambi per il pastore. 


WILL YOU PLEASE SHUT THE FUCK UP? 
CHIUDETE QUELLE BOCCHE DEL CAZZO?

Dopo qualche ora, mi capita tra le mani l'intervista a Tom York per l'uscita del disco del suo nuovo progetto Atoms for Peace, il quale ad un certo punto chiede: perché non diamo fuoco alle case dei banchieri? Ecco. Smettiamola di espiare la nostra codardia belando dalla mattina alla sera come fossimo in un confessionale a cielo aperto. Quelle scatolette di legno riportiamole nelle chiese e riprendiamoci il cielo aperto. 

                




mercoledì 6 marzo 2013

MEMORIA DELLE MIE PUTTANE TRISTI



MEMORIA DELLE MIE PUTTANE TRISTI
Titolo originale, Memoria de mis putas tristes, 2004.

di Gabriel García Márquez
(Aracataca, Colombia, 6 marzo 1927)


Un solitario giornalista nel giorno del suo novantesimo compleanno decide di regalarsi una notte d'amore con un'adolescente vergine, scoprendosi innamorato per la prima volta nella sua lunga vita d'indifferente.

Uno dei più grandi misteri della storia dell'umanità non è cosa vogliono le donne, ma quando e come donne e uomini si decideranno a capire cosa vogliono davvero. E così a novant'anni ti ritrovi a fare i conti con la tua vita, accorgendoti di aver perso il conto e di non avere più il tempo per contare. Siamo tutti i giorni bombardati dall'urgenza di una conclusione qualsiasi ad un'impresa qualsiasi, nel vano tentativo di arrivare a una vaga felicità. Il nostro novantenne "Professor Mesto Colle", invece, non ha mai avuto alcuna urgenza, ma tutto nella sua vita è stato casuale e disinteressato, ogni scelta è stata guidata da un'indolenza per le conclusioni: non c'è stato nella sua vita alcun picco, non c'è stato nella sua vita alcun amore. Molte donne lo hanno amato accettando di essere pagate puntualmente, scontrandosi con la sua cecità o contro la porta chiusa del suo appartamento. Ma cosa c'è dietro questa apparente storia di pedofilia, dietro il racconto dello sprint finale di un anziano col piede nella fossa? Cosa c'è dietro ad una vita di risultati puntualmente dribblati? Due cose (maybe), il tempo e la libertà.
IL TEMPO. Quand'è che ci decidiamo ad amare realmente? Forse quando per noi il futuro è qualcosa di già scritto. Davanti a noi ci sono strade già segnate, sogni fatti di segni e di volti riconoscibili nella nostra realtà attuale. E non perché l'amore sia l'ennesimo egoismo, ma perché la nostra felicità è egoisticamente la condizione sine qua non dell'amore.
LA LIBERTÀ. Quand'è che ci decidiamo ad amare realmente? Forse quando accanto a noi giace un individuo sostanzialmente inconsistente, un individuo che non abbia su di noi alcun condizionamento, che non rompa il ritmo lento e inesorabile di una vita da cane randagio, cercando, magari, di impedirci di girare nudi per casa.
Il tempo e la libertà di essere chi siamo, inesorabilmente. Delgadina non è il pentimento sul letto di morte ma l'estremo gesto di conferma delle convinzioni di una vita, il simbolo e il suggello della sua intera esistenza: Delgadina è il tempo perché nella purezza della sua giovane età egli riversa la forza vitale che non può più esprimersi nel suo corpo; Delgadina è la libertà, perché è una puttana, perché è muta e non pretende niente, Delgadina è il tempo e la libertà di rimanere nel mondo, eternamente libero. E fanculo il letto di morte.

"Le cantai all'orecchio: Il letto di Delgadina da angeli è attorniato. Si rilassò un poco. Una corrente calda mi salì per le vene, e il mio lento animale in pensione si svegliò dal suo lungo sonno".

Serena Di Sevo