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giovedì 6 febbraio 2014

Lo Cunto De Li Cunti di Giovan Battista Basile


Questa notizia è uscita su Angeli Press



Torna Lo cunto de li cunti di Giovan Battista Basile, la raccolta di novelle per bambini in dialetto partenopeo riproposta e tradotta in italiano nella pregevole riedizione della Salerno Editrice.
Lo cunto de li cunti, opera tra le più apprezzate nel panorama letterario del Seicento, testo fondamentale perché collocabile all'origine dell'intero filone letterario dei racconti per bambini che decollò a partire dal XVII sec., venne pubblicato postumo, in cinque volumetti, tra il 1634 e il 1636.
L'apparizione del testo rappresentò l'estinzione della novella realistica di matrice boccacciana e aprì la strada al "cunto" elevandolo a genere letterario, fornendo nel contempo autorevolezza al dialetto napoletano che divenne la lingua madre dell'invenzione favolistica.
Già tradotto, oltre che in italiano, in moltissimi lingue dei paesi europei, il tesoro letterario barocco non era mai stato presentato in un'edizione critica autorevole che esce ora per i tipi della Salerno Editrice in un'elegante traduzione e in un'edizione filologicamente corretta curata da Carolina Stromboli nella prestigiosa collana I novellieri italiani diretta da Enrico Malato: un'edizione critica corredata da un ampio apparato di commento a piè di pagina, di Introduzione storico-critica, Bibliografia, note al testo e repertori vari.

Lo cunto de li cunti, Giovan Battista Basile, 2013 Salerno Editrice, 2 tomi di compl. pp. LX-1058, euro 98,00.

sabato 25 gennaio 2014

La grande aridità della bellezza




Questo articolo è uscito sul blog della rivista La Mandragola 

di Serena Di Sevo

Qui inizio a scrivere e qui potrei fermarmi. Alla grande aridità di una realtà fatta di niente. Seguire la praticità bambina del non dire mai oltre il necessario: sì, no, e piangerne o riderne. Ma la brutalità di questo film risiede qui, nel suo argomentare oltre il necessario sull'ovvio e sull'inutile contorcendosi in un monologo interiore con una non-trama di premeditata vacuità. Potrei fermarmi col dire che questo film è brutto, che non è niente, ma non direi la verità. La grande bellezza non è il nulla, non è il niente cinematografico dei Siani furbetti, degli americani ancora eroi e di una sterminata cinematografia vigliacca e sempre buona.
L'affresco della crisi dello scrittore Jep Gambardella è banalmente il racconto del declino di un'epoca che proverebbe a fare un esperimento di realismo capovolto su una realtà ricca e sovraccarica di mezzi, di luoghi sicuri costruiti intorno all'individuo che, al contrario, si de-costruisce e si rifrange. Un esperimento fallimentare in nuce poiché la superficialità della realtà è già iperrappresentata, di più, auto-rappresentata e spettacolarizzata nella musica brutta, nella esternalizzazione dell'intimo, nella banalità dell'autoritratto ossessivo compulsivo esposto su facebook, nella ricerca del consenso e dell'approvazione, e nell'utilizzo di un linguaggio narcisistico privo di sostanza, ripetuto meccanicamente dall'ascolto e dalla lettura estemporanea.
Fumo negli occhi già visto in Gomorra, che peccava dello stesso male e della stessa mediocrità che pretendeva di denunciare con nessun altro mezzo a disposizione se non la banalità e il qualunquismo del punto di vista, e non otteneva altro risultato che confermare il suo oggetto come malvagio e ineluttabile.
Qui il movente non è il male ma il nulla ideologico, un nulla programmatico che si eleva a forma, contenuto, progetto, scopo. La grande bellezza rappresenta il ritorno della “forza prevalente o eccedente dello stile: il neodecadentismo” di cui parlava Pasolini a proposito de La dolce vita.
Ogni singolo “nulla” costituisce un ossimoro, perché esposto come feticcio: le citazioni notturne dell'Antonioni di La notte, del Céline di Viaggio al temine della notte, gli sfoghi pittorici di Pollock e il sempre presente Dostoevskij; il lungo compiacimento sulla performance di Tony Servillo; l'estenuante estetismo e schizofrenico esercizio di stile della regia, le interruzioni, i sospiri e le attese di una grande stagione autoriale del cinema italiano contaminate dallo sperimentalismo kitsch di tanta video-arte, l'odiosa intro, tra omaggio e sberleffo della caleidoscopica sfacciataggine dei video-clip musicali, la disgustosa colonna sonora (il pensiero “quanto fa schifo la colonna sonora” e ecco che ti appare Antonello Venditti), le apparizioni mistiche come tentazioni peccaminose e le tentazioni peccaminose come presenze indifferenti. L'equivalenza del “Roma o morte” nelle case vuote, nei patetici trenini delle feste, nei palazzi pieni di macerie di un glorioso passato, nobili decaduti, funerali, il chiacchiericcio o il silenzio di una verbosità crudele e autolesionista che prova ad elevarsi attraverso il girotondo di un'anima dispersa tra il peccato e l'innocenza, in cui la realtà e le individualità sono apparizioni di natura puramente estetica che scompaiono senza lasciare traccia.
Jep conquista quando è personaggio-divo quel tanto maledetto, mai accomodante e sentimentale, ma dedito alla calma, disimpegnata e sistematica distruzione dell'intellettualismo impegnato e borghese del sottovoce e dell'orrore del linguaggio di parole passepartout, dell'irritante pratica del parlare di sé in terza persona di una performer in cerca di notorietà che non ha bisogno di leggere perché “vive di vibrazioni”. Jep stanca quando si guarda sognare e si sorprende a pensare, annoia quando ammette d'essere annoiato, eccede nell'eccessiva idiozia di feste affatto divertenti e nei melanconici flashback di un amore adolescenziale come luogo della perdita dell'innocenza.


martedì 14 gennaio 2014

Cilento in Mostra


Trentova (Sa) di Francesco Saviano


Il CILENTO DALLA PREISTORIA AL RISORGIMENTO
Una mostra per far emergere le ricchezze del territorio 
8 marzo-31maggio 2014
Fiere di Vallo

In occasione del XV anniversario del riconoscimento Unesco del Parco Nazionale del Cilento Vallo
di Diano e Alburni verrà allestita la mostra-evento “Il Cilento dalla Preistoria al Risorgimento” che si svolgerà dall'8 marzo al 31 maggio 2014 presso le Fiere di Vallo della Lucania in provincia di Salerno. 
La mostra è stata pensata come percorso di valorizzazione e di riscoperta della storia, della cultura, dell'arte e del territorio e sarà corredata da attività didattiche per le scuole, incontri, convegni, presentazioni di libri, visite guidate presso le numerose e preziose realtà micro-museali disseminate sul territorio.
Si partirà dai reperti di epoca giurassica conservati nel Museo di Magliano e di era paleolitica emersi nell'area di Palinuro-Molpa dove è stato scoperto un insediamento di
uomo di Neandertal, ultimo focolaio prima dell'estinzione della specie, per arrivare ai reperti della civiltà eleatica, una delle pagine più importanti dell'evoluzione del pensiero occidentale provenienti non solo da Velia ma anche da Roccagloriosa e Caselle in Pittari, fino a documenti di epoca moderna come l'ordine di arresto di Giuseppe Mazzini e il manoscritto originale della Spigolatrice di Sapri.
Lo scopo sarà quello di fornire un punto di vista diverso sul Cilento, immenso museo a cielo aperto iscritto nella lista del patrimonio mondiale dell'umanità, che non è solo archeologia ma è anche paesaggio, flora, fauna, agricoltura, gastronomia e religiosità.


Primula di Palinuro


La mostra è promossa dalla Banca di Credito Cooperativo Cilento e Lucania Sud, dal Parco Nazionale del Cilento e dal Comune di Vallo della Lucania, ideata da Francesco Castiello e curata da Carla Maurano, in collaborazione e col sostegno della Sovrintendenza per i Beni Architettonici e
Paesaggistici della Provincia di Salerno. 


venerdì 10 gennaio 2014

CHI SONO | IV


Sono nonno Biagio e il suo bastone che quando chiamava sbagliava sempre nome, sono il suo orto a mangiare noccioline e la sua gamba sempre gonfia in un fosso dietro l'ospedale. Sono via Nigli e “Richetta” e quanto mi voleva bene senza dirlo perché non aveva voce, ritardando la mia che a 2 anni ancora non parlavo con la bocca piena di brodo vegetale. Sono Menotti Grombone l'incendiario e il suo fascismo forsennato provocato dal furore dell'unica avventura vissuta in 96 anni, la guerra d'Albania, la prigionia e il ritorno alla consueta zappa, alle solite amanti e alle solite sigarette sul muretto della Chiesa, ai consueti sogni alimentati da una fantasia inesauribile e geniale, di passeggiate coi morti, gatti che parlano, quadriglie, scongiuri e malocchi alla vista di preti e medici e il rifiuto di togliersi il cappello al passaggio dei signori alla messa della domenica. Sono quella bambina costretta con un sorriso e con un abbraccio a cantare Allarmi siam fascisti e Faccetta nera e messa seduta su uno sgabello ad ascoltare quant'era bello il fascismo e sono quella bambina che in fondo ci provava ad assecondare quel pazzoide e stravagante vecchietto che ubriacava i cani, la persona che in assoluto ha più contribuito alla costruzione del suo antifascismo. Sono il mio bisnonno Michele Di Sevo che pascolò pecore e capre per tutta la vita, che ebbe molte figlie che chiamò a 2 a 2 con lo stesso nome perché era così felice d'esser di nuovo padre che beveva fino a perdere la memoria, che mangiò 3 capretti e bevve 15 litri di vino in una notte e si bruciò un piede nel caminetto mentre dormiva per riscaldarsi in una casetta di campagna, per morirne, poi, senza lasciare traccia: di lui non esistono fotografie, né ritratti, né scritti, infatti non sapeva scrivere. Sono la mia bisnonna Giuseppina, che consegnò un maiale troppo magro al suo “padrone” e fu cacciata perdendo anche i soldi della fune che aveva preso a pegno per trascinarlo, e cavò pietre che poi mi sono cresciute dentro. E sono la mia trisnonna Anna Maria sopravvissuta ai primi 100 anni di vita che perse la ragione e diventò un fantasma passando le ore a chiedere una bara. Sono mia nonna Carolina Rizzo che dormiva con le sue pecore di notte ché da sole avevano paura e che ha vissuto due volte la stessa vita, una coi piedi e con le mani l'altra con la testa. Sono la mia infanzia sotto casa all'Aria re lo viecchio, abitata da fantasmi di camion e roulotte di un'officina, e sono Marisa e Anna e il caffè con l'acqua, sono Diego e il suo odore forte che lo senti da lontano con Pina una corda e un triciclo, sono Damiano, le formiche da inseguire, i ragni da stanare, gli squali da catturare e tutto da sognare, sono quelle cantine piene di roba vecchia in cui andare a scappare dalla paura. Sono l'affetto di Nicola Rocco, sono Zammarrelli e la sua bottega di barbiere e di meraviglie, il bar di Lucia, le estati di tornei di tressette e briscola, le tavolate di 30 persone, gli amici di mio padre, Nicola, Mario e le partite della Roma, la noia delle processioni dei santi e le fughe da scuola sulla Tempetella, sono il mare e le grotte di Ascea con Luca che non rivedrò mai più, sono tutto questo verde e l'emozione di un incontro terrificante con un serpente, sono tutto questo sole, la torre di Velia e l'orizzonte, sono questo spazio vuoto e l'emozione di partire, che vaffanculo tutta quest'aria e questo spazio, sono questo ritorno e quest'attesa di ripartire che non avrà mai fine.  

CHI SONO | III

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Sono la mia bisnonna Giuseppina, che consegnò un maiale troppo magro al suo “padrone” e fu cacciata perdendo anche i soldi della fune che aveva preso a pegno per trascinarlo, e cavò pietre che poi mi sono cresciute dentro. E sono la mia trisnonna Anna Maria che, sopravvissuta ai primi 100 anni di vita, perse la ragione e diventò un fantasma passando le ore a chiedere una bara.





CHI SONO | II


Sono il mio bisnonno Michele Di Sevo che pascolò pecore e capre per tutta la vita, che ebbe molte figlie che chiamò a 2 a 2 con lo stesso nome perché era così felice d'esser di nuovo padre che beveva fino a perdere la memoria, che mangiò 3 capretti e bevve 15 litri di vino in una notte e si bruciò un piede nel caminetto mentre dormiva per riscaldarsi in una casetta di campagna, per morirne, poi, senza lasciare traccia: di lui non esistono fotografie, né ritratti, né scritti, infatti non sapeva scrivere.

CHI SONO | I


Sono Menotti Grombone l'incendiario e il suo fascismo forsennato, ingenuo ed ignorante provocato dal furore dell'unica avventura vissuta in 96 anni, spezzata nel bel mezzo dalla ridicola guerra d'Albania, dalla prigionia e dal ritorno alla consueta zappa, alle solite amanti e alle solite sigarette sul muretto della Chiesa, ai consueti sogni alimentati da una fantasia inesauribile e geniale, di passeggiate coi morti, gatti che parlano, quadriglie, scongiuri e malocchi alla vista di preti e medici e il rifiuto di togliersi il cappello al passaggio dei signori alla messa della domenica. Sono quella bambina costretta con un sorriso e con un abbraccio a cantare Allarmi siam fascisti e Faccetta nera e messa seduta su uno sgabello ad ascoltare quant'era bello il fascismo e sono quella bambina che in fondo ci provava ad assecondare quel pazzoide e stravagante vecchietto che ubriacava i cani, la persona che in assoluto ha più contribuito alla costruzione del suo antifascismo. 

sabato 14 dicembre 2013

LA DIFFICILE ARTE DEL MORIRE


Capitolo I. #Donnacce

Il libro di Francesca Serra, La morte ci fa belle, di cui ho parlato qui non è destinato ad esaurirsi nella mia mente. Perché ripeto, apre una serie di spunti interessanti per andare a fondo del problema chiacchieratissimo della morte al femminile, degli uomini che ammazzano le donne. Un problema sviscerato nel libro attraverso una schizofrenica catalogazione della donna/sposa/vecchia/puttana cadavere nella storia dell'arte e della letteratura. Un mito fondatore della cultura odierna. Una cultura asfittica e aggrinzita se privata di quello stesso mito, un basamento/catapulta della cultura del maschio. 
Il libro offre una galleria di esempi letterari brevissimi, una bottega di anticaglie tra cui è possibile trovare di tutto e di tutte le epoche, un libro che impone una revisione più distesa dei testi citati, un libro che invoglia e entusiasma a riprendere in mano vecchi libri dimenticati, ricordi più o meno coscienti di letture bambine (I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift)  cose che non abbiamo letto e che forse non leggeremo mai (Paul e Virginie di Bernardin de Saint-Pierre) cose che assolutamente dobbiamo leggere (Mago sabbiolino di Hoffmann e Lo scarabeo d'oro di Poe) cose curiose (Di diavol vecchia femmina ha natura di Franco Sacchetti) cose che giacciano nel cassetto della nostra formazione e che pensavamo di aver digerito completamente (Decameron di Giovanni Boccaccio). Qui scopriamo che Boccaccio non è l'inventore di storie esemplari del riscatto femminile, ma il regista della più grande delle rappresentazioni ammonitrici per donne capricciose e indisposte ad offrirsi al desiderio maschio.
Ripartiamo da qui. Da Nastaglio degli Onesti.




Amabili donne, come in noi è la pietà commendata, così ancora in noi è dalla divina giustizia rigidamente la crudeltà vendicata; il che acciò che io vi dimostri e materia vi dea di cacciarla del tutto da voi, mi piace di dirvi una novella non men di compassion piena che dilettevole. 

In Ravenna, antichissima città di Romagna, furon già assai nobili e ricchi uomini, tra’ quali un giovane chiamato Nastagio degli Onesti, per la morte del padre di lui e d’un suo zio, senza stima rimase ricchissimo. Il quale, sì come de’ giovani avviene, essendo senza moglie, s’innamorò d’una figliuola di messer Paolo Traversaro, giovane troppo più nobile che esso non era, prendendo speranza con le sue opere di doverla trarre ad amar lui; le quali, quantunque grandissime, belle e laudevoli fossero, non solamente non gli giovavano, anzi pareva che gli nocessero, tanto cruda e dura e salvatica gli si mostrava la giovinetta amata, forse per la sua singular bellezza o per la sua nobiltà sì altiera e disdegnosa divenuta, che né egli né cosa che gli piacesse le piaceva. La qual cosa era tanto a Nastagio gravosa a comportare, che per dolore più volte, dopo molto essersi doluto, gli venne in disidero d’uccidersi. Poi, pur tenendosene, molte volte si mise in cuore di doverla del tutto lasciare stare, o, se potesse, d’averla in odio come ella aveva lui. Ma invano tal proponimento prendeva, per ciò che pareva che quanto più la speranza mancava, tanto più moltiplicasse il suo amore. Perseverando adunque il giovane e nello amare e nello spendere smisuratamente, parve a certi suoi amici e parenti che egli sé e ’l suo avere parimente fosse per consumare; per la qual cosa più volte il pregarono e consigliarono che si dovesse di Ravenna partire e in alcuno altro luogo per alquanto tempo andare a dimorare; per ciò che, così faccendo, scemerebbe l’amore e le spese. Di questo consiglio più volte fece beffe Nastagio; ma pure, essendo da loro sollicitato, non potendo tanto dir di no, disse di farlo; e fatto fare un grande apparecchiamento, come se in Francia o in Ispagna o in alcuno altro luogo lontano andar volesse, montato a cavallo e da suoi molti amici accompagnato di Ravenna uscì e andossene ad un luogo forse tre miglia fuor di Ravenna, che si chiama Chiassi; e quivi, fatti venir padiglioni e trabacche disse a coloro che accompagnato l’aveano che star si volea e che essi a Ravenna se ne tornassono.

domenica 8 dicembre 2013

LA FEBBRE DEL SABATO SERA LISERGICO


[Questo di sette è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia: diman tristezza e noia...]
Nessuno ha voglia di sentir parlare di un passato migliore e sentir ripetere che prima si stava meglio, nessuno ha voglia di mettersi a fare l'ennesima discussione sulla validità del sentimento della nostalgia e sulla realtà di un'umanità contaminata dai vizi del progresso. Chiunque si sparerebbe in testa piuttosto che subire l'eterna lezione sulla saggezza degli antichi. Che poi chi sono questi antichi nessuno lo sa, misteriosi come sono, avvolti dalla fitta nebbia della leggenda. Eppure questi antichi hanno da insegnarci tutta una serie di vantaggi sullo stile di vita antico. Capostipite di questi vantaggi è il sentimento del sabato, il giorno di Saturno, il giorno del riposo, il giorno dell'astensione dal lavoro. Il sabato come apoteosi della speranza, il sentimento cristiano dell'attesa che non disdegna un certo godimento dei risultati. Speranza e godimento sono per eccellenza i sentimenti contrari all'oggi, un luogo abitato da cinici, disoccupati, disillusi e arrabbiati, creature intrappolate in un'eterna domenica.
Il sabato, quell'attimo di luce riflessa che acceca e ubriaca, è sabato perché intorno a noi è sabato.
C'è qualcuno della tua cerchia, un isolato, che puoi vedere soltanto di sabato, perché lavora [shhh]. C'è un paese intorno che dice che la domenica è il giorno del Signore e la mattina bisogna andare in Chiesa, magari [shhh] a pregare per essere iscritti alla lista d'attesa per il miracolo, il lavoro retribuito. Il sabato è sabato perché è un'ottima scusa per bere, bere come se non ci fosse un domani in cui dire /io non bevo più/. I risultati sono sempre disastrosi. Uscire con l'amico occupato scatena sulla nostra auto-stima una serie di conseguenze a catena difficili da fermare, perché tu che sei un disoccupato con molto tempo libero a disposizione, ti ritrovi a osservare l'aulica perfezione fisica e il brillante accostamento di colori dei suoi vestiti, mentre tu...tu fai pendant con lo sciatto paesaggio alluvionato. Per finire a contare le ore del giorno, chiedendoti come ha fatto ad andare in palestra, dal dentista, dall'estetista, a trovare l'amica che ha partorito, a prendere un caffè con un vecchio compagno di scuola, per vedere l'ultimo film di Tarantino, conoscere la programmazione di Fuori Orario e sapere cosa sta succedendo in Siria, così finisci per chiedergli se per caso non sappia anche cosa hai fatto tu tutta la settimana e qualche consiglio per la prossima /chi hai detto che è il tuo parrucchiere? Ma tanto non lo ricorderai. Nel tuo sabato non c'è speranza né godimento, perché è la domenica il tuo giorno, quello della disillusione, dei postumi, del rinnovato fallimento del proposito di fare qualcosa di domenicale, il giorno della discesa del Signore. Triste triste domenica, questa volta corredata da un difficile lunedì. #Renzi.

venerdì 6 dicembre 2013

UN LETTORE | JORGE LUIS BORGES

Daniel Mordzinski



Un lettore
da Elogio dell'ombra (titolo originale Elogio de la sombra) 1969

Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; 
me mi fanno orgoglio quelle lette.
Non sarò stato un filologo,
non avrò investigato le declinazioni, i modi, il laborioso 
mutare delle lettere,
la d che indurisce in t,
l'equivalenza della g e della k,
ma nel corso degli anni ho professato
la passione della lingua.
Le mie notti son piene di Virgilio;
aver saputo e scordato il latino
è possederlo, perché anche l'oblio
è una forma della memoria, la sua vaga cava,
l'altra faccia segreta della moneta.
Quando si cancellarono ai miei occhi
le vane apparenze che amavo,
i volti e la pagina,
mi detti allo studio del linguaggio di ferro
che usarono i miei antichi per cantare
solitudini e spade,
e ora, attraversando sette secoli,
dall'Ultima Thule,
la tua voce mi giunge, Snorri Sturluson.
Dinanzi al libro, il giovane s'impone una disciplina precisa
e lo fa in vista di un preciso conoscere;
ai miei anni ogni impresa è un'avventura
il cui confine è la notte.
Non finirò di decifrare le antiche lingue del Nord,
non tufferò le mani ansiose nell'oro di Sigurd;
il compito cui attendo è illimitato
e dovrà accompagnarmi fino all'ultimo,
non meno misterioso dell'universo
e di me, l'apprendista.