Sono nonno Biagio e il suo bastone
che quando chiamava sbagliava sempre nome, sono il suo orto a
mangiare noccioline e la sua gamba sempre gonfia in un fosso dietro l'ospedale. Sono via Nigli e
“Richetta” e quanto mi voleva bene senza dirlo perché non aveva
voce, ritardando la mia che a 2 anni ancora non parlavo con la bocca piena di brodo vegetale. Sono Menotti Grombone l'incendiario e il suo fascismo forsennato provocato dal furore dell'unica avventura vissuta in 96 anni, la guerra d'Albania, la prigionia e il ritorno alla consueta zappa, alle solite amanti e alle solite sigarette sul muretto della Chiesa, ai consueti sogni alimentati da una fantasia inesauribile e geniale, di passeggiate coi morti, gatti che parlano, quadriglie, scongiuri e malocchi alla vista di preti e medici e il rifiuto di togliersi il cappello al passaggio dei signori alla messa della domenica. Sono quella bambina costretta con un sorriso e con un abbraccio a cantare Allarmi siam fascisti e Faccetta nera e messa seduta su uno sgabello ad ascoltare quant'era bello il fascismo e sono quella bambina che in fondo ci provava ad assecondare quel pazzoide e stravagante vecchietto che ubriacava i cani, la persona che in assoluto ha più contribuito alla costruzione del suo antifascismo. Sono il mio bisnonno Michele Di Sevo che pascolò pecore e capre per tutta la vita, che ebbe molte figlie che chiamò a 2 a 2 con lo stesso nome perché era così felice d'esser di nuovo padre che beveva fino a perdere la memoria, che mangiò 3 capretti e bevve 15 litri di vino in una notte e si bruciò un piede nel caminetto mentre dormiva per riscaldarsi in una casetta di campagna, per morirne, poi, senza lasciare traccia: di lui non esistono fotografie, né ritratti, né scritti, infatti non sapeva scrivere. Sono la mia bisnonna Giuseppina, che consegnò un maiale troppo magro al suo “padrone” e fu cacciata perdendo anche i soldi della fune che aveva preso a pegno per trascinarlo, e cavò pietre che poi mi sono cresciute dentro. E sono la mia trisnonna Anna Maria sopravvissuta ai primi 100 anni di vita che perse la ragione e diventò un fantasma passando le ore a chiedere una bara. Sono mia
nonna Carolina Rizzo che dormiva con le sue pecore di notte ché
da sole avevano paura e che ha vissuto due volte la stessa vita, una coi piedi e con le mani l'altra con la testa. Sono la mia
infanzia sotto casa all'Aria re lo viecchio, abitata da
fantasmi di camion e roulotte di un'officina,
e sono Marisa e Anna e il caffè con l'acqua, sono
Diego e il suo odore forte che lo senti da lontano con Pina una corda e un triciclo, sono Damiano, le formiche da inseguire, i ragni da stanare, gli squali da catturare e tutto da sognare, sono
quelle cantine piene di roba vecchia in cui andare a scappare dalla
paura. Sono l'affetto di Nicola Rocco, sono Zammarrelli e la sua bottega di barbiere e
di meraviglie, il bar di Lucia, le estati di
tornei di tressette e briscola, le tavolate di 30 persone, gli
amici di mio padre, Nicola, Mario e le partite della Roma, la noia delle processioni dei santi e le fughe da scuola sulla Tempetella, sono il mare e le grotte di Ascea con Luca che non rivedrò mai più, sono tutto questo
verde e l'emozione di un incontro terrificante con un serpente, sono
tutto questo sole, la torre di Velia e l'orizzonte, sono questo
spazio vuoto e l'emozione di partire, che vaffanculo tutta quest'aria
e questo spazio, sono questo ritorno e quest'attesa di ripartire che
non avrà mai fine.
venerdì 10 gennaio 2014
CHI SONO | III
.
Sono la mia bisnonna Giuseppina, che
consegnò un maiale troppo magro al suo “padrone” e fu cacciata perdendo anche
i soldi della fune che aveva preso a pegno per trascinarlo, e cavò pietre che poi mi sono cresciute dentro. E sono la mia trisnonna Anna Maria che, sopravvissuta ai primi 100 anni di vita, perse la ragione e diventò un fantasma passando le ore a chiedere una bara.
CHI SONO | II
Sono il mio bisnonno Michele Di Sevo
che pascolò pecore e capre per tutta la vita, che ebbe molte figlie
che chiamò a 2 a 2 con lo stesso nome perché era così felice
d'esser di nuovo padre che beveva fino a perdere la memoria, che
mangiò 3 capretti e bevve 15 litri di vino in una notte e si bruciò
un piede nel caminetto mentre dormiva per riscaldarsi in una casetta
di campagna, per morirne, poi, senza lasciare traccia: di lui non esistono fotografie, né ritratti, né scritti, infatti non sapeva scrivere.
CHI SONO | I
Sono Menotti Grombone l'incendiario e il suo fascismo forsennato, ingenuo ed ignorante provocato dal furore dell'unica avventura
vissuta in 96 anni, spezzata nel bel mezzo dalla ridicola guerra
d'Albania, dalla prigionia e dal ritorno alla consueta zappa, alle
solite amanti e alle solite sigarette sul muretto della Chiesa, ai
consueti sogni alimentati da una fantasia inesauribile e geniale, di
passeggiate coi morti, gatti che parlano, quadriglie, scongiuri e malocchi alla vista di preti e medici e il rifiuto di
togliersi il cappello al passaggio dei signori alla messa della
domenica. Sono quella bambina costretta con un sorriso e con un
abbraccio a cantare Allarmi siam fascisti e Faccetta nera
e messa seduta su uno sgabello ad ascoltare quant'era bello il
fascismo e sono quella bambina che in fondo ci provava ad assecondare quel pazzoide e stravagante vecchietto che ubriacava i cani, la persona che in assoluto ha più contribuito
alla costruzione del suo antifascismo.
sabato 14 dicembre 2013
LA DIFFICILE ARTE DEL MORIRE
Il libro di Francesca Serra, La morte ci fa belle, di cui ho parlato qui non è destinato ad esaurirsi nella mia mente. Perché ripeto, apre una serie di spunti interessanti per andare a fondo del problema chiacchieratissimo della morte al femminile, degli uomini che ammazzano le donne. Un problema sviscerato nel libro attraverso una schizofrenica catalogazione della donna/sposa/vecchia/puttana cadavere nella storia dell'arte e della letteratura. Un mito fondatore della cultura odierna. Una cultura asfittica e aggrinzita se privata di quello stesso mito, un basamento/catapulta della cultura del maschio.
Il libro offre una galleria di esempi letterari brevissimi, una bottega di anticaglie tra cui è possibile trovare di tutto e di tutte le epoche, un libro che impone una revisione più distesa dei testi citati, un libro che invoglia e entusiasma a riprendere in mano vecchi libri dimenticati, ricordi più o meno coscienti di letture bambine (I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift) cose che non abbiamo letto e che forse non leggeremo mai (Paul e Virginie di Bernardin de Saint-Pierre) cose che assolutamente dobbiamo leggere (Mago sabbiolino di Hoffmann e Lo scarabeo d'oro di Poe) cose curiose (Di diavol vecchia femmina ha natura di Franco Sacchetti) cose che giacciano nel cassetto della nostra formazione e che pensavamo di aver digerito completamente (Decameron di Giovanni Boccaccio). Qui scopriamo che Boccaccio non è l'inventore di storie esemplari del riscatto femminile, ma il regista della più grande delle rappresentazioni ammonitrici per donne capricciose e indisposte ad offrirsi al desiderio maschio.
Ripartiamo da qui. Da Nastaglio degli Onesti.
Amabili donne, come in noi è la pietà commendata, così ancora in noi è dalla divina giustizia rigidamente la crudeltà vendicata; il che acciò che io vi dimostri e materia vi dea di cacciarla del tutto da voi, mi piace di dirvi una novella non men di compassion piena che dilettevole.
In Ravenna, antichissima città di Romagna, furon già assai nobili e ricchi uomini, tra’ quali un giovane chiamato Nastagio degli Onesti, per la morte del padre di lui e d’un suo zio, senza stima rimase ricchissimo. Il quale, sì come de’ giovani avviene, essendo senza moglie, s’innamorò d’una figliuola di messer Paolo Traversaro, giovane troppo più nobile che esso non era, prendendo speranza con le sue opere di doverla trarre ad amar lui; le quali, quantunque grandissime, belle e laudevoli fossero, non solamente non gli giovavano, anzi pareva che gli nocessero, tanto cruda e dura e salvatica gli si mostrava la giovinetta amata, forse per la sua singular bellezza o per la sua nobiltà sì altiera e disdegnosa divenuta, che né egli né cosa che gli piacesse le piaceva. La qual cosa era tanto a Nastagio gravosa a comportare, che per dolore più volte, dopo molto essersi doluto, gli venne in disidero d’uccidersi. Poi, pur tenendosene, molte volte si mise in cuore di doverla del tutto lasciare stare, o, se potesse, d’averla in odio come ella aveva lui. Ma invano tal proponimento prendeva, per ciò che pareva che quanto più la speranza mancava, tanto più moltiplicasse il suo amore. Perseverando adunque il giovane e nello amare e nello spendere smisuratamente, parve a certi suoi amici e parenti che egli sé e ’l suo avere parimente fosse per consumare; per la qual cosa più volte il pregarono e consigliarono che si dovesse di Ravenna partire e in alcuno altro luogo per alquanto tempo andare a dimorare; per ciò che, così faccendo, scemerebbe l’amore e le spese. Di questo consiglio più volte fece beffe Nastagio; ma pure, essendo da loro sollicitato, non potendo tanto dir di no, disse di farlo; e fatto fare un grande apparecchiamento, come se in Francia o in Ispagna o in alcuno altro luogo lontano andar volesse, montato a cavallo e da suoi molti amici accompagnato di Ravenna uscì e andossene ad un luogo forse tre miglia fuor di Ravenna, che si chiama Chiassi; e quivi, fatti venir padiglioni e trabacche disse a coloro che accompagnato l’aveano che star si volea e che essi a Ravenna se ne tornassono.
domenica 8 dicembre 2013
LA FEBBRE DEL SABATO SERA LISERGICO
Il sabato, quell'attimo di luce riflessa che acceca e ubriaca, è sabato perché intorno a noi è sabato.
C'è qualcuno della tua cerchia, un isolato, che puoi vedere soltanto di sabato, perché lavora [shhh]. C'è un paese intorno che dice che la domenica è il giorno del Signore e la mattina bisogna andare in Chiesa, magari [shhh] a pregare per essere iscritti alla lista d'attesa per il miracolo, il lavoro retribuito. Il sabato è sabato perché è un'ottima scusa per bere, bere come se non ci fosse un domani in cui dire /io non bevo più/. I risultati sono sempre disastrosi. Uscire con l'amico occupato scatena sulla nostra auto-stima una serie di conseguenze a catena difficili da fermare, perché tu che sei un disoccupato con molto tempo libero a disposizione, ti ritrovi a osservare l'aulica perfezione fisica e il brillante accostamento di colori dei suoi vestiti, mentre tu...tu fai pendant con lo sciatto paesaggio alluvionato. Per finire a contare le ore del giorno, chiedendoti come ha fatto ad andare in palestra, dal dentista, dall'estetista, a trovare l'amica che ha partorito, a prendere un caffè con un vecchio compagno di scuola, per vedere l'ultimo film di Tarantino, conoscere la programmazione di Fuori Orario e sapere cosa sta succedendo in Siria, così finisci per chiedergli se per caso non sappia anche cosa hai fatto tu tutta la settimana e qualche consiglio per la prossima /chi hai detto che è il tuo parrucchiere? Ma tanto non lo ricorderai. Nel tuo sabato non c'è speranza né godimento, perché è la domenica il tuo giorno, quello della disillusione, dei postumi, del rinnovato fallimento del proposito di fare qualcosa di domenicale, il giorno della discesa del Signore. Triste triste domenica, questa volta corredata da un difficile lunedì. #Renzi.
venerdì 6 dicembre 2013
UN LETTORE | JORGE LUIS BORGES
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| Daniel Mordzinski |
Un lettore
da Elogio dell'ombra (titolo originale Elogio de la sombra) 1969
Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte;
me mi fanno orgoglio quelle lette.
Non sarò stato un filologo,
non avrò investigato le declinazioni, i modi, il laborioso
mutare delle lettere,
la d che indurisce in t,
l'equivalenza della g e della k,
ma nel corso degli anni ho professato
la passione della lingua.
Le mie notti son piene di Virgilio;
aver saputo e scordato il latino
è possederlo, perché anche l'oblio
è una forma della memoria, la sua vaga cava,
l'altra faccia segreta della moneta.
Quando si cancellarono ai miei occhi
le vane apparenze che amavo,
i volti e la pagina,
mi detti allo studio del linguaggio di ferro
che usarono i miei antichi per cantare
solitudini e spade,
e ora, attraversando sette secoli,
dall'Ultima Thule,
la tua voce mi giunge, Snorri Sturluson.
Dinanzi al libro, il giovane s'impone una disciplina precisa
e lo fa in vista di un preciso conoscere;
ai miei anni ogni impresa è un'avventura
il cui confine è la notte.
Non finirò di decifrare le antiche lingue del Nord,
non tufferò le mani ansiose nell'oro di Sigurd;
il compito cui attendo è illimitato
e dovrà accompagnarmi fino all'ultimo,
non meno misterioso dell'universo
e di me, l'apprendista.
IL LABIRINTO | JORGE LUIS BORGES
![]() |
| Santiago Uceda, Jorge Luis Borges |
IL LABIRINTO
da Elogio dell'ombra (titolo originale Elogio de la sombra) 1969
Zeus non potrebbe sciogliere le reti
di pietra che mi stringono. Ho scordato
gli uomini che fui; seguo l'odiato
sentiero di monotone pareti
ch'è il mio destino. Dritte gallerie
che si curvano in circoli segreti,
passati che sian gli anni. Parapetti
in cui l'uso dei giorni ha aperto crepe.
Nella pallida polvere decifro
orme temute. L'aria m'ha recato
nei concavi crepuscoli un bramito
o l'eco d'un bramito desolato.
Nell'ombra un Altro so, di cui la sorte
è stancare le lunghe solitudini
che intessono e disfano questo Ade
e bramare il mio sangue, la mia morte.
Ciascuno cerca l'altro. Fosse almeno
questo l'ultimo giorno dell'attesa.
mercoledì 20 novembre 2013
ORAZIO | UN TRONCO DI FICO | SATIRA VIII
![]() |
| Cy Twombly, Orazio from the portfolio Six Latin Writers and Poets, 1975 |
[Quinto Orazio Flacco nacque a Venosa tra l'Apulia e la Lucania, l'8 dicembre del 65 a.C.; nel 35 terminò il primo libro delle Satire. Mecenate a cui il primo libro è dedicato, regalò al poeta una villa in Sabina, dove egli potesse ritirarsi a riposare, a studiare e a scrivere, lontano dalla vita caotica di Roma. Le Satire sono un teatro, uno spettacolo di arte varia dove compaiono personaggi surreali, filosofi spennacchiati, ballerine, anfitrioni maleducati e gastronomi pedanti raccontati con un tono basso e volgare, ironico e comico, ma classico]
La satira delle streghe, l'ottava del primo libro, è un racconto in prima persona di Priapo [il dio della fertilità, noto, prima di John Holmes, per le dimensione del suo pene] ovvero dell'erma di legno che rozzamente lo raffigurava e che veniva piantata negli orti e nei campi per spaventare gli uccelli e e i ladri. Orazio narra di come Priapo mise in fuga le due streghe Canidia e Sagana intente a richiamare gli spiriti infernali con un rituale così spaventoso che persino la luna cerca di nascondersi per non vedere tanto orrore. Il luogo è la zona dell'Esquilino, dove un tempo era il cimitero dei poveri; Mecenate l'aveva risanata, trasformandola in parco pubblico. Una pittura espressionista, con la notte popolata di cagne e di serpenti, voci di morti, vecchie pallide e funeree che mordono a sangue l'agnella del sacrificio. Un tuono travolge le donne in una frenetica fuga: non è un intervento dall'alto, solo la madornale scorreggia di Priapo di legno messo a guardia del campo.
Ero una volta un tronco di fico, legno buono a niente, e il falegname, incerto se fare di me uno scanno o un Priapo, mi volle dio. E un dio io sono, grande spaventapasseri e spaventaladri: i ladri li tiene a bada la mia mano e il palo rosso che sporge oscenamente dall'inguine; gli uccelli importuni, li atterrisce una canna legata sulla mia testa, impedendo che si posino sugli orti novelli. Qui prima d'ora i servi portavano a seppellire in rozze bare i cadaveri gettati fuori dalle loro celle anguste; qui era la fossa comune della plebe più misera; per Pantolabo il buffone e Nomentano lo sperperatore, un cippo assegnava mille piedi sul davanti e trecento verso la campagna e stabiliva che il sepolcro fosse escluso dall'eredità. Ora l'Esquilino è risanato, ci si può abitare, si può passeggiare sul soleggiato terrapieno, da dove un tempo si guardava con sgomento la campagna incolta e bianca di ossa; e a me non danno tanto da fare i ladri e le bestie, che di solito affliggono il luogo, quanto quelle tali donne che stravolgono le menti degli uomini con incantesimi e veleni. Non ho modo di distruggerle né d'impedire che, appena la luna errante mostra la sua faccia luminosa, raccolgano erbe velenose e ossa.
Io stesso ho visto Canidia, rimboccata la nera veste, vagare ululando, scalza, con i capelli sciolti, insieme con la più anziana Sagana: il pallore le aveva rese entrambe orride a vedersi. Si misero a scavare la terra con le unghie e a lacerare a morsi un'agnella nera; il sangue lo versarono nello scavo per farne sorgere le anime dei Mani a dare responsi. C'era un fantoccio di pezza e uno di cera; più grande era quello di pezza, che doveva infliggere il castigo all'altro, che gli stava sotto; quello di cera era in atto di supplice, rassegnato a morire al modo degli schiavi. Una invoca Ecate, l'altra la spietata Tesifone; avresti visto vagare serpenti e cagne infernali, la luna rossastra nascondersi dietro i grandi sepolcri per non essere testimone di questi orrori. Se dico bugia, mi sporchino il capo i bianchi escrementi dei corvi, vengano a pisciarmi e a cacarmi addosso Giulio, la gracile Pediazia e il ladro Vorano.
Come racconterò punto per punto in che modo le ombre, scambiando parole con Sagana, fecero risuonare voci tristi e acute; come quelle due nascosero caute sottoterra una barba di lupo col dente di u serpe multicolore e divampò più alta la fiamma quando bruciò il pupazzo di cera e come mi vendicai di aver assistito, rabbrividendo, ai detti e ai fatti di quelle due furie? Pur fatto di fico, scorreggiai dallo spacco delle natiche con lo strepito di una vescica che scoppia; e quelle vie di corsa verso la città. Avresti riso a lungo e ti saresti divertito al mio scherzo, vedendo la dentiera di Canidia e la gonfia parrucca di Sagana cadere per terra e così le erbe e i nodi magici delle braccia.
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giovedì 7 novembre 2013
"Protesta del Popolo delle Due Sicilie"
![]() |
| diploma di carbonaro, 1820 |
"Protesta del Popolo delle Due Sicilie" di Luigi Settembrini, 1847
un pamphlet antiborbonico che secondo l'opinione di molti storici dette il via
alla preparazione rivoluzionaria del 1848.
Gli stranieri che vengono nelle nostre contrade, guardando la serena bellezza del nostro cielo e la fertilità de' campi leggendo il codice delle nostre leggi, e udendo parlar di progresso, di civiltà e di religione crederanno che gl'italiani delle Due Sicilie, godono di una felicità invidiabile.
E pure nessuno stato di Europa è in condizione peggiore della nostra,
non ecccettuati neppure i turchi i quali almeno sono barbari, sanno
che non hanno leggi, son confortati dalla religione a sottomettersi a
una cieca fatalità e con tutto questo van migliorando ogni dì; ma
nel regno delle Sicilie, nel paese, che è detto giardino d'Europa,
la gente muore di vera fame, è in istato peggiore delle bestie, solo
legge è il caprìccio, il progresso è indietreggiare ed
imbarberire, nel nome santissimo di Cristo è oppresso un popolo di
cristiani. Se ogni paesello, ogni terra, ogni città degli Abruzzi,
de' Principati, delle Puglie e delle Calabrie, e della bella e
sventurata Sicilia potesse raccontare le crudeltà, gl'insulti, le tirannie che patisce nelle persone e
negli averi; se io avessi tante lingue che potessi ripetere i lamenti
e i dolori di tante persone, che gemono sotto il peso d'indicibili
mali, dovrei scrivere molti e grossi volumi; ma quel pochissimo ch'io
dirò farà certo piangere e fremere d'ira ogni uomo e mostrerà che
i pretesi miglioramenti che fa il nostro governo sono svergognate
menzogne, sono oppressioni, novelle più ingegnose.
Questo
governo è un'immensa piramide, la cui base è fatta dai birri e dai
preti, la cima dal re: ogni impiegato, dall'usciere al ministro, dal
soldatello al generale, dal gendarme al ministro di polizia, dal
prete al confessore del Re, ogni scrivanuccio è despota spietato, e
pazzo su quelli che gli sono
soggetti, ed è vilissimo schiavo verso i suoi superiori.
Onde
chi non è tra gli oppressori si sente da ogni parte schiacciato dal
peso della tirannia di mille ribaldi: e la pace, la libertà, le
sostanze, la vita degli uomini onesti dipendono dal capriccio,
non dico del principe o di un ministro, ma di ogni impiegatello,
d'una baldracca, d'una spia, d'un birro, d'un gesuita, d'un prete. [...]
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