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venerdì 6 dicembre 2013

IL LABIRINTO | JORGE LUIS BORGES

Santiago Uceda, Jorge Luis Borges


IL LABIRINTO
da Elogio dell'ombra (titolo originale Elogio de la sombra) 1969

Zeus non potrebbe sciogliere le reti
di pietra che mi stringono. Ho scordato
gli uomini che fui; seguo l'odiato
sentiero di monotone pareti
ch'è il mio destino. Dritte gallerie
che si curvano in circoli segreti,
passati che sian gli anni. Parapetti
in cui l'uso dei giorni ha aperto crepe.
Nella pallida polvere decifro
orme temute. L'aria m'ha recato
nei concavi crepuscoli un bramito
o l'eco d'un bramito desolato.
Nell'ombra un Altro so, di cui la sorte
è stancare le lunghe solitudini
che intessono e disfano questo Ade
e bramare il mio sangue, la mia morte.
Ciascuno cerca l'altro. Fosse almeno
questo l'ultimo giorno dell'attesa.

mercoledì 20 novembre 2013

ORAZIO | UN TRONCO DI FICO | SATIRA VIII

Cy Twombly, Orazio from the portfolio Six Latin Writers and Poets, 1975



[Quinto Orazio Flacco nacque a Venosa tra l'Apulia e la Lucania, l'8 dicembre del 65 a.C.; nel 35 terminò il primo libro delle Satire. Mecenate a cui il primo libro è dedicato, regalò al poeta una villa in Sabina, dove egli potesse ritirarsi a riposare, a studiare e a scrivere, lontano dalla vita caotica di Roma. Le Satire sono un teatro, uno spettacolo di arte varia dove compaiono personaggi surreali, filosofi spennacchiati, ballerine, anfitrioni maleducati e gastronomi pedanti raccontati con un tono basso e volgare, ironico e comico, ma classico]

La satira delle streghe, l'ottava del primo libro, è un racconto in prima persona di Priapo [il dio della fertilità, noto, prima di John Holmes, per le dimensione del suo pene] ovvero dell'erma di legno che rozzamente lo raffigurava e che veniva piantata negli orti e nei campi per spaventare gli uccelli e e i ladri. Orazio narra di come Priapo mise in fuga le due streghe Canidia e Sagana intente a richiamare gli spiriti infernali con un rituale così spaventoso che persino la luna cerca di nascondersi per non vedere tanto orrore. Il luogo è la zona dell'Esquilino, dove un tempo era il cimitero dei poveri; Mecenate l'aveva risanata, trasformandola in parco pubblico. Una pittura espressionista, con la notte popolata di cagne e di serpenti, voci di morti, vecchie pallide e funeree che mordono a sangue l'agnella del sacrificio. Un tuono travolge le donne in una frenetica fuga: non è un intervento dall'alto, solo la madornale scorreggia di Priapo di legno messo a guardia del campo.

Ero una volta un tronco di fico, legno buono a niente, e il falegname, incerto se fare di me uno scanno o un Priapo, mi volle dio. E un dio io sono, grande spaventapasseri e spaventaladri: i ladri li tiene a bada la mia mano e il palo rosso che sporge oscenamente dall'inguine; gli uccelli importuni, li atterrisce una canna legata sulla mia testa, impedendo che si posino sugli orti novelli. Qui prima d'ora i servi portavano a seppellire in rozze bare i cadaveri gettati fuori dalle loro celle anguste; qui era la fossa comune della plebe più misera; per Pantolabo il buffone e Nomentano lo sperperatore, un cippo assegnava mille piedi sul davanti e trecento verso la campagna e stabiliva che il sepolcro fosse escluso dall'eredità. Ora l'Esquilino è risanato, ci si può abitare, si può passeggiare sul soleggiato terrapieno, da dove un tempo si guardava con sgomento la campagna incolta e bianca di ossa; e a me non danno tanto da fare i ladri e le bestie, che di solito affliggono il luogo, quanto quelle tali donne che stravolgono le menti degli uomini con incantesimi e veleni. Non ho modo di distruggerle né d'impedire che, appena la luna errante mostra la sua faccia luminosa, raccolgano erbe velenose e ossa.
Io stesso ho visto Canidia, rimboccata la nera veste, vagare ululando, scalza, con i capelli sciolti, insieme con la più anziana Sagana: il pallore le aveva rese entrambe orride a vedersi. Si misero a scavare la terra con le unghie e a lacerare a morsi un'agnella nera; il sangue lo versarono nello scavo per farne sorgere le anime dei Mani a dare responsi. C'era un fantoccio di pezza e uno di cera; più grande era quello di pezza, che doveva infliggere il castigo all'altro, che gli stava sotto; quello di cera era in atto di supplice, rassegnato a morire al modo degli schiavi. Una invoca Ecate, l'altra la spietata Tesifone; avresti visto vagare serpenti e cagne infernali, la luna rossastra nascondersi dietro i grandi sepolcri per non essere testimone di questi orrori. Se dico bugia, mi sporchino il capo i bianchi escrementi dei corvi, vengano a pisciarmi e a cacarmi addosso Giulio, la gracile Pediazia e il ladro Vorano.
Come racconterò punto per punto in che modo le ombre, scambiando parole con Sagana, fecero risuonare voci tristi e acute; come quelle due nascosero caute sottoterra una barba di lupo col dente di u serpe multicolore e divampò più alta la fiamma quando bruciò il pupazzo di cera e come mi vendicai di aver assistito, rabbrividendo, ai detti e ai fatti di quelle due furie? Pur fatto di fico, scorreggiai dallo spacco delle natiche con lo strepito di una vescica che scoppia; e quelle vie di corsa verso la città. Avresti riso a lungo e ti saresti divertito al mio scherzo, vedendo la dentiera di Canidia e la gonfia parrucca di Sagana cadere per terra e così le erbe e i nodi magici delle braccia.

giovedì 7 novembre 2013

"Protesta del Popolo delle Due Sicilie"

diploma di carbonaro, 1820



"Protesta del Popolo delle Due Sicilie" di Luigi Settembrini, 1847

un pamphlet antiborbonico che secondo l'opinione di molti storici dette il via 

alla preparazione rivoluzionaria del 1848.

Gli stranieri che vengono nelle nostre contrade, guardando la serena bellezza del nostro cielo e la fertilità de' campi leggendo il codice delle nostre leggi, e udendo parlar di progresso, di civiltà e di religione crederanno che gl'italiani delle Due Sicilie, godono di una felicità invidiabile.
E pure nessuno stato di Europa è in condizione peggiore della nostra, non ecccettuati neppure i turchi i quali almeno sono barbari, sanno che non hanno leggi, son confortati dalla religione a sottomettersi a una cieca fatalità e con tutto questo van migliorando ogni dì; ma nel regno delle Sicilie, nel paese, che è detto giardino d'Europa, la gente muore di vera fame, è in istato peggiore delle bestie, solo legge è il caprìccio, il progresso è indietreggiare ed imbarberire, nel nome santissimo di Cristo è oppresso un popolo di cristiani. Se ogni paesello, ogni terra, ogni città degli Abruzzi, de' Principati, delle Puglie e delle Calabrie, e della bella e sventurata Sicilia potesse raccontare le crudeltà, gl'insulti, le tirannie che patisce nelle persone e negli averi; se io avessi tante lingue che potessi ripetere i lamenti e i dolori di tante persone, che gemono sotto il peso d'indicibili mali, dovrei scrivere molti e grossi volumi; ma quel pochissimo ch'io dirò farà certo piangere e fremere d'ira ogni uomo e mostrerà che i pretesi miglioramenti che fa il nostro governo sono svergognate menzogne, sono oppressioni, novelle più ingegnose.
Questo governo è un'immensa piramide, la cui base è fatta dai birri e dai preti, la cima dal re: ogni impiegato, dall'usciere al ministro, dal soldatello al generale, dal gendarme al ministro di polizia, dal prete al confessore del Re, ogni scrivanuccio è despota spietato, e pazzo su quelli che gli sono soggetti, ed è vilissimo schiavo verso i suoi superiori.
Onde chi non è tra gli oppressori si sente da ogni parte schiacciato dal peso della tirannia di mille ribaldi: e la pace, la libertà, le sostanze, la vita degli uomini onesti dipendono dal capriccio, non dico del principe o di un ministro, ma di ogni impiegatello, d'una baldracca, d'una spia, d'un birro, d'un gesuita, d'un prete. [...]



martedì 1 ottobre 2013

DITALINI O DELL'ONANISMO CIVILE

La pasta scotta

C'era una volta un paese chiamato Italia dove viveva un certo signor Barilla. Il suddetto signore era a capo di un'azienda ed era notoriamente un po' tonto, nessuno si aspettava però che lo fosse fino al punto di andare, volontariamente, sui propri piedi, a seppellirsi pubblicamente. Avvenne infatti che, un bel giorno di settembre, si svegliò di buon'ora per andare a dichiarare in radio la strategia di marketing prescelta dalla sua azienda per comunicare il proprio prodotto. Raccontò (generando guerre, morte e distruzione tra i popoli italici che da molti secoli vivevano in pace e crescevano prosperi) di aver scelto la famiglia tradizionale come testimonial della pasta Barilla. Amen.
Una famiglia ideale quanto utopica: benestante, composta da papà, mamma e figlioletti tutti insieme, tutti belli, a mangiare intorno a un tavolo senza litigare, mentre fuori splende il sole, e cantano gli uccellini, e se fuori piove, casa Barilla è il luogo dove trovar riparo. Sì la realtà è diversa. Spesso a tavola si sta in silenzio, spesso mamma e papà non sono felici e i bambini fanno storie perché non hanno voglia di mangiare, spesso fuori piove, la pasta è scotta e il sugo troppo salato, spesso le donne sono state appena picchiate o lo saranno subito dopo, oppure i mariti sono stati traditi, spesso non c'è alcuna famiglia, perché lui o lei non si sono mai sposati, perché non ne avevano voglia o perché erano troppo brutti, troppo stupidi o troppo sfortunati per trovar moglie, altre volte la coppia non ha figli per scelta o per disgrazia.
In altri casi, appunto, la coppia è formata da due donne o da due uomini, una coppia che però, mai (in relazione alle condizioni attuali), in nessun caso in Italia, corrisponderà ad una famiglia, perché -non so forse non ve ne siete ancora accorti- in Italia il matrimonio omosessuale non è consentito e non è consentito alle coppie omosessuali di adottare bambini e con il beneplacito di 8 italiani su 10, e nonostante l'infittirsi delle file di attivisti che nelle ultime ore si sono scoperti sensibili alla causa gay, che storceranno il muso e avranno da aggiungere qualche "ma" e qualche perplessità prontamente giustificata dall'immaturità dei tempi.  E la responsabilità non è affatto del signor Barilla, e per quanto il linciaggio mediatico possa essere divertente, e aiutare in alcuni casi a scaricare sul primo venuto il peso delle frustrazioni quotidiane che ci attanagliano, questo è un fatto che l'urlo della moltitudine non può cambiare. Detto questo e ribadito il fatto che il signor Barilla è libero di pensare ciò che vuole sulla famiglia così com'è o come vorrebbe che fosse perché chissenefrega di cosa vuole lui, rimane anche il problema innegabile della responsabilità civile di questo signore e di chi come lui porta le redini di aziende piccole e grandi che si reggono sull'identità nazionale, dato l'enorme impatto che la pubblicità produce sull'immaginario collettivo. Ma mettiamoci cinque minuti in silenzio in un angolo a pensare se davvero fino a qualche giorno fa eravamo convinti che la Barilla o chi per lei promuovesse attraverso il proprio marchio una rappresentazione anticonformista della famiglia e sostenesse nel proprio piccolo la rivoluzione culturale auspicata dal mondo gay e non solo.
La famiglia protagonista delle campagne pubblicitarie (di pasta e non) è sempre uguale a se stessa da anni, ed io fossi in voi inizierei a dubitare piuttosto della mia capacità di osservazione invece di preoccuparmi delle gaffe di uno che non è un politico né possiede alcuna capacità decisionale sulla società civile. L'ennesimo teatrino. L'Italia che alza la cresta per boicottare un'azienda non già perché non abbia scelto la famiglia gay per pubblicizzare la pasta asciutta, ma perché il suo capo entra nelle vostre case e ve lo dichiara, facendovi scoprire l'acqua calda, è la stessa Italia dove nessuno muove un dito contro il dilagare dell'omofobia e del razzismo in forma massiccia e dichiarata nella classe dirigente e nelle politiche degli ultimi anni, nessuno si scandalizza di fronte ai frequentissimi suicidi provocati dal bullismo, e dove si continuano a confondere le carte sulle competenze e le responsabilità. Inoltre mi permetto di dubitare dell'onestà intellettuale di quanti hanno partecipato a questo pubblico linciaggio, perché nonostante il livello di partecipazione enorme lascerebbe ben sperare sul cambiamento della mentalità del paese, la realtà applicata dal paese stesso rispetto ai tormentoni mediatici si dimostra sistematicamente diversa dall'apparenza. Così che il bombardamento mediatico e il pubblico martirio causato dal signor Silvio Berlusconi abbia prodotto in realtà l'esorcizzazione del problema facendolo di fatto diventare cancerogeno, oggetto d'arredamento sistemato accanto al Colosseo o tra le rovine di Pompei. Così che la pratica del modello social e epidemico delle proteste non possa essere considerata come fenomeno incisivo sulla società e sulla politica, ma debba invece essere inquadrata all'interno delle bolle mediatiche per capacitarsi della sua natura implosiva: si tratta di onanismo civile, dell'intrattenimento della società civile in un'orgia collettiva di protesta con risultati sistematicamente mancati perché non costitutivi dell'interesse induttivo del fenomeno.


Donald Blumberg, The family, 1967


venerdì 27 settembre 2013

SESSO E SOCIALISMO...

...OVVERO METELLO
di Vasco Pratolini

Ci sono libri che fanno la storia e libri che non ha mai letto nessuno. Certi libri scompaiono nell'indifferenza generale, senza lasciare tracce così com'erano comparsi. Alcuni generano scalpori enormi quanto fugaci. Libri bruciati. dimenticati, regalati, persi. Ogni libro ha la sua storia di pochezza o di grandezza. Molte storie non valgono la pena. Oppure sì. E Metello, che non possederà per tutti tratti di grandezza, né il potere di segnare la memoria, non farà forse alzare cori unanimi di approvazione, è una storia che merita d'essere raccontata, tuttavia; qualsiasi cosa ne pensiate: non lo leggerete mai, forse sì, ci penserete.
Pubblicato da Vasco Pratolini nel febbraio del 1955, ideato come parte di una trilogia Una storia italiana, con la quale l'autore si proponeva di ripercorrere e raccontare la società italiana dalla fine dell'Ottocento agli '50 del Novecento (seguiranno Lo scialo, il secondo romanzo della serie pubblicato nel 1960, e il terzo, Allegoria e derisione, del '66). 
Pratolini scrittore e poeta, fu spesso al centro dell'attenzione critica dei suoi contemporanei, perché riuscì a cogliere nel segno delle trasformazioni in atto nella cultura italiana, alla ricerca di nuove forme di espressione, e affaccendata nel restyling delle noiosità dei linguaggi standardizzati. E con Metello certe ferite sanguinarono. 
"Una storia privata, semplice e oscura che s'inquadra nel processo di trasformazione della società" - recita pressappoco la presentazione al libro - la storia del muratore Metello e del suo percorso di formazione di una coscienza di classe conquistata progressivamente nell'ambito delle lotte sociali tra il 1875 e il 1902. Lotte sociali, politica e coscienza di classe, motivi per cui a molti non piacque, e ragioni per cui ad alcuni invece piacque. In un periodo in cui si parlava di realismo sovietico, tirando in ballo Lukàcs Gramsci e De Sanctis, come alternativa al dilagare della cronaca neorealistica, Metello arrivò a mettere scompiglio. La critica marxista si spaccò tra estimatori (Aristarco, Salinari) e detrattori (Muscetta), perché Metello passava troppo tempo alle riunioni o troppo poco, perché Metello stava troppo in camera da letto o troppo poco, perché per gli uni il sesso era un'arma di distrazione dalla lotta politica e per gli altri era invece il segno di una nuova maniera di affrontare il problema centrale della letteratura: il personaggio, indagato a 360°. La discussione, alla quale presero parte, tra gli altri, Carlo Bo, Giuseppe De Robertis, Enrico Falqui, Franco Fortini,va inquadrata nella grande stagione della critica italiana, una critica capace di assumere il ruolo di incoraggiamento e di sviluppo delle linee dell'arte, e, nel caso specifico, di indicare la direzione per un progetto autentico di arte realistica carica di valori civili, sociali e storici. Così se si va a spulciare bene tra le pagine delle riviste del tempo, è facile trovare Vasco Pratolini accanto al nome di Luchino Visconti. Quella sul Metello fu una diatriba speculare e sincronica alla polemica cinematografica intorno a Senso di  Visconti, per consonanza di argomentazioni, marxismo, neorealismo, realismo e controrealismo, a dimostrazione di quanto tedio regnasse nella cultura italiana dell'epoca, imprigionata tra il bozzettismo e la ripetizione martellante di personaggi/automi. E se fosse possibile stabilire verità assolute all'arte, la verità assoluta su Metello oggi sarebbe che, nonostante il tempo passato a letto e nel grembo delle ragazze piuttosto che nel grembo della storia, il nostro protagonista è comparso sulla soglia della storia della letteratura italiana, parlando simultaneamente al passato e al futuro dell'Italia pubblica e privata.

Un romanzo popolare, un classico della letteratura italiana ancora attuale.




mercoledì 25 settembre 2013

CON IL FIATO SOSPESO


Costanza Quatriglio a Venezia in 35 minuti

Presentato fuori concorso alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia, il nuovo film di Costanza Quatriglio, Con il fiato sospeso, continua il percorso di indagine sulla realtà attraverso il dubbio già avviata nei lavori precedenti dalla cineasta siciliana: Ècosaimale? documentario del 2000 ambientato nella periferia palermitana, L'Isola presentato alla Quinzaine di Cannes 2003, suo esordio nel lungometraggio, nel quale confluiscono le esperienze di cortometraggi e mediometraggi di una cospicua filmografia costruita attraverso l'agile e strategico passaggio tra linguaggi diversi, dal documentario alla fiction, e ancora Terramatta, presentato a Venezia un anno fa alle Giornate degli Autori e Nastro d'Argento per il miglior documentario del 2013.
Con il fiato sospeso rappresenta un ulteriore passo verso la costruzione di questo linguaggio contaminato, guidato dalla volontà di uscire dalla pura cronaca per andare più a fondo, mediante la messa in scena. Ispirato da una storia realmente accaduta, il soggetto era infatti perfetto per un documentario: nel novembre del 2008, i laboratori di chimica dell'Università di Catania vengono messi sotto sequestro, il Tg regionale ne dà notizia trasformando i sospetti in certezze, le troppe morti avvenute tra impiegati e studenti che avevano lavorato in quel laboratorio non erano casuali. Il padre di Emanuele Patanè, una delle vittime, trova alcune pagine scritte al computer dal figlio prima di morire, un diario con delle inquietanti rivelazioni: nel laboratorio c'è qualcosa che non va, l'ambiente è insalubre, le cappe non funzionano e il benzene te lo respiri. Fin qui la cronaca. Ma la Quatriglio non vuole accontentarsi, vuole di più, vuole che questa storia diventi un film di finzione, vuole raccontare la passione, l'energia e l'amore per il proprio mestiere di ragazzi mangiati e uccisi dal sistema. Il risultato è un film che non è lungometraggio - dura 35 minuti - realizzato senza un budget e in parte autoprodotto con il sostegno di un collettivo di professionisti, fino all'ingresso della Jolefilm e dell'Istituto Luce Cinecittà per la distribuzione: la storia di Stella (Alba Rohrwacher) studentessa di Farmacia e della sua coinquilina Anna (Anna Balestrieri della band Black Eyed Dog) accompagnate di tanto in tanto dalle parole estrapolate dal memoriale di Emanuele (la voce è di Michele Riondino), è una storia di passione e tradimento, il tradimento di un paese incapace di progettare e garantire un futuro per i suoi figli.


Regia, soggetto e sceneggiatura: Costanza Quatriglio; Interpreti: Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Anna Balestrieri, Gaetano Aronica; Fotografia: Sabrina Varani; Scenografia: Beatrice Scarpato; Musiche: Paolo Buonvino; Italia, 2013, 35'.

sabato 21 settembre 2013

PALAZZO DUCALE DI URBINO, CROCE E DELIZIA





Il Palazzo Ducale di Urbino, sede della Galleria Nazionale delle Marche, è stato giustamente definito come la cosa più bella del Rinascimento, una bellezza condivisibile sin dal primo sguardo anche da chi non sappia assolutamente nulla del Rinascimento: la “città in forma di palazzo” della celeberrima definizione di Baldassare Castiglione. Dopo aver pagato il biglietto (il cui prezzo può dirsi irrisorio, 5 euro, con tutte le riduzioni previste) gustato un buon caffè e recuperato il senso dell’orientamento tra i diversi ambienti del piano terra – dove gli spazi un po’ macchinosamente riutilizzati per la logistica e l’accoglienza sono mescolati con ambienti visitabili, come la biblioteca del duca e i sotterranei  – incontri le scale che ti porteranno al primo piano: il cuore del Palazzo. Il percorso “privato”, grossomodo tripartito tra il cosiddetto appartamento della Jole, gli appartamenti dei Melaranci e gli appartamenti del Duca e della Duchessa, è nello stesso tempo un percorso ideale attraverso la cronologia delle opere e del gusto dell’arte tra Medioevo e Barocco. Questa natura duplice del palazzo è il più grande omaggio possibile alla figura multiforme del Duca Federico, il pubblico e il privato, il condottiero e il mecenate d’arte.  La visita a Palazzo Ducale, sosta d’obbligo in un ipotetico e ideale viaggio nelle Marche, può essere davvero un’esperienza straordinaria, perché l’ingresso può trasformarsi in un viaggio nel tempo, in un sogno in cui il protagonista sei tu, ospite privilegiato di una visita negli appartamenti del duca Federico da Montefeltro. C’è un però.
Il visitatore, con la testa per aria, in giro tra gli ambienti del palazzo, potrebbe effettivamente perdersi il gusto della Galleria, e concentrarsi maggiormente su quella che è la dimensione privata del palazzo. Così, quello stesso visitatore, potrebbe rivivere l’esperienza tutt’altro che rara dell’ospite in visita nell’appartamento di un collega, una visita senza preavviso che inizia con la frase canonica “scusa il disordine”: perché di disordine si tratta. Le opere disposte con un criterio cronologico non sempre rispettato, ma manomesso frequentemente per l’improbabile rispetto di un ordine tipologico, di proprietà o paternità, sono disperse in modo variamente illuminato nelle diverse stanze dominate qui dall’horror vacui, dal minimalismo altrove. E non si può tacere dell’assoluta mancanza di gerarchia e di valorizzazione dei tanti capolavori presenti; fatta eccezione per la sala dedicata a Piero della Francesca  dove una “mostrazione” intima e l’illuminazione razionale della Flagellazione e della Madonna di Senigallia, rendono davvero unico il momento di raccoglimento del visitatore di fronte a due capolavori assoluti della storia dell’arte, il resto è buttato via senza un’evidente giustificazione alla stregua di ingombranti anticaglie che dobbiamo conservare per rispetto dei nonni defunti. Come si fa a perdonare l'assoluta "mancanza di rispetto" per  Il miracolo dell'ostia profanata di Paolo Uccello? Come si fa a intercettare la smembrata e trasferita biblioteca del Duca se è segnalata con la stessa cura della toilette? Cosa si può dire a questo punto alla maldestra proprietaria di casa? Il tuo appartamento è bellissimo, ma cerca di mettere ordine. Diversamente, chiama qualcuno che ti dia una mano. 

Serena Di Sevo


mercoledì 28 agosto 2013

LABIRINTO | JORGE LUIS BORGES



















Labirinto
in Elogio dell'ombra (titolo originale Elogio de la sombra) 1969

Non ci sarà sortita. Tu sei dentro
e la fortezza è pari all'universo
dove non è diritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro.
Non sperare che l'aspro tuo cammino
che ciecamente si biforca in due,
che ciecamente si biforca in due,
abbia fine. È di ferro il tuo destino,
così il giudice. Non attender l'urto
del toro umano la cui strana forma
plurima colma d'orrore il groviglio
dell'infinita pietra che s'intreccia.
Non esiste. Non aspettarti nulla.
Neanche nel nero annottare la fiera.


...

lunedì 12 agosto 2013

DI DIAVOL VECCHIA FEMMINA HA NATURA

#VECCHIACCE

Franco Sacchetti e il Vituperium in vetulam.
[La donna anziana è descritta come la personificazione del male, una bestia perversa e mostruosa]

Di diavol vecchia femmina ha natura,
fèra diversa e fuor d'ogni misura.
Del ben s'atrista e con invidia il mira, 
e di veder il male ingrassa e ride;
ordina, pensa ciò ch'altrui martira,
e dentro a gioia, quando di fuor stride.
Così quest'animal brutto conquide
ciascun che vive, ed ogni luce oscura.
Al mondo spiace la sua opra e vista
più che non piacque adrieto in giovanezza;
e per questo, che vede, al cor acquista
superbia e ira nella sua vecchiezza,
sì che le fa bramar l'altrui bellezza
tornar al simil della sua figura.
Dunque, qual giovin donna è sì beata
che non giugne a tal tempo, dè' volere,
poi c'ha passata la stagione amata,
metter la morte sua a non calere:
ché drieto al buono stato il reo vedere
è peggio che chi al mal sempre s'indura.

lunedì 1 luglio 2013

BORIS VIAN | LA SCHIUMA DEI GIORNI



Uscito nell'immediato dopo guerra (1947) per l'editore Gallimard, La schiuma dei giorni si rifrange nel corso dei decenni successivi calamitandosi alle atmosfere d'insofferenza in fieri, un libro di culto per il '68 che scopre nelle incendiarie immaginazioni, nelle strambe associazioni, una risposta dissacrante verso l'ordine costituito, politico, sociale e culturale, un capolavoro letterario che dura da settant'anni, una folgorazione per lettori di epoche distanti. Quella di Vian è una realtà magica, la malattia è un fiore, l'amore atto mortifero e sublime, il suono corrisponde sempre ad una specifica materia connaturata, le canzoni si materializzano, gli ambienti sono la proiezione dell'umore di chi li abita, l'età anagrafica elemento mutante...l'unica cosa che conta è l'amore e la musica di New Orleans e Duke Ellington. Il mondo di Vian si condensa sulla superficie di pagine che vogliono essere scritte da un'esistenza perfetta fatta di musica jazz, buona cucina e d'amore per 3 coppie di amanti, finendo per evaporare nel fumo nero di un'esistenza tragica per costituzione. Ogni pagina possiede il senso sperduto della realtà che non è affatto irrealtà, sogno, ma delirio scomposto con il metro della regola sociale, ogni pagina è totalmente vera perché è totalmente inventata: ogni singolo quadro ha l'odore di uno sguardo lucido e penetrante la propria immaginazione. Perché tutte le fasullagini degli pseudo realisti con le loro fotografie-bare del pernsiero critico, hanno sistematicamente mancato il centro della realtà. Provate a leggere pagine più acute sulle alterazioni prodotte dalla presenza in casa di un malato terminale, la claustrofobia degli ambienti occupati dall'incertezza, dalla rottura del ritmo, Chloé; provate a cercare più amara dissacrazione della marcia funebre, del prete, della messa sottoposta allo sguardo distratto del Cristo in croce; il montaggio d'immagini di fabbriche e cantieri, di impiegati dadaisti e aguzzini burocrati, di cannibalici commercianti e di medici inetti. Puoi fermarti a chiacchierare con una nuvola o andare in giro a guardare le vetrine, con un macellaio che sgozza bambini per la pubblicità dell'assistenza pubblica, e un pancione grasso a pubblicizzare un ferro da stiro, perché con quello la vostra pancia non farà più una piega. L'ambiente esterno è abitato da mostri e all'interno c'è un uomo bello, ricco e cautamente infelice, Colin, con la sua tavola imbandita di improbabili salse speziate, animali vivi e intrugli d'alta cucina, con i suoi topi che spuntano dal portaspazzolino, con il suono liquido del pianocktail che non lascia mai dubbi su cosa bere sù un buon disco per ballare lo sbircia-sbircia, Colin che vuole l'amore e che può vivere senza lavorare. Chi deve lavorare, invece, è Chick, per guadagnare quel che basta ad alimentare il proprio feticismo di collezionista delle opere di Jean-Sol Partre, Paradosso dello schifo, Scelta preliminare prima del rivoltone di stomaco, una ricerca maniacale, un'ossessione, che mette tutto in secondo piano, anche l'amore per Alice. E lì, nelle tenebre di un'infelicità paradossale ma non priva di cause riconoscibili, abita il verme che non vorresti mai inghiottire perché ti costringerà a pensare a quanto c'è di accidentale, di ingiusto, di ricercato nella tua miseria.
Pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, leggetelo.

❝ 
Là dove i fiumi si gettano nel mare, si forma una barriera difficile da superare, e grandi vortici schiumanti in cui ballano i relitti. Di fuori la notte, là dentro la luce della lampada, e in mezzo i ricordi rifluivano nell'oscurità, si urtavano nel chiarore, e mostravano le loro pance bianche e le loro schiene argentate, galleggiando qualche volta in superficie, altre volte affondando di nuovo.

Serena Di Sevo