giovedì 15 novembre 2012
Holy water: chimici miracoli.
di Tom Reeve, 2009.
Quattro sfigati. Hanno davvero una vita da cani. Peggio. Senza lavoro, senza soldi. Senza una donna. Inchiodati in una merda di villaggio abitato solo da vecchi che non fanno altro che parlare di essere vecchi...e della morte che presto se li verrà a prendere. Oh mio dio! Troppo patetico per essere triste...Hanno bisogno di fare qualcosa...qualsiasi cosa. Anche rubare un carico di Viagra da rivendere poi ad Amsterdam. Presi dal panico, con la polizia alle calcagna, tra mille ripensamenti e mille imprevisti nasconderanno il bottino nel luogo più impensabile e più sacro del villaggio, il pozzo d'acqua della Madonna. Non sarà certo un piano contrabbandistico da manuale o un furto alla Lupin, ma l'idea sarà malgrado tutto un "colpo" miracoloso. Con la più grande delle smentite...i santi non sono poi così contrari alla libido!
Naturalmente la Pfizer, casa farmaceutica proprietaria del Viagra, prodotto che è innegabilmente il protagonista - sebbene sotterraneo - del film, non mancò di esplicitare il proprio disappunto nei confronti dell'immagine frivola fornita al proprio prodotto, ribadendo la natura serissima del medicinale. Sarà vero?
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mercoledì 7 novembre 2012
20 NOVEMBRE 2008
Conto.
Diciannove, diciotto, diciassette, sedici, quindici, quattordici...
ottobre, settembre, agosto, luglio, giugno, maggio, aprile...
anno 2008, da dimenticare.
Tutto da rifare.
Tutto da capire e superare.
Torno indietro.
Guardo.
Vedo davanti me stessa in attesa;
in attesa di poter partire,
ma per andare dove?
Senza un percorso, senza una meta.
Cerco una soluzione alla mia esistenza aggomitolata.
Indago.
La mia vita mi sussurra e grida, cerca di dirmi qualcosa?
Sono io a credere di non voler ascoltare?
C'è davvero qualcuno che sta parlando?
E di cosa poi?
Esco.
Hic et nunc.
Questa sarà la volta giusta in cui correrò verso il futuro afferrandolo con le dita di una ragazzina.
2008, 2009, 2010, 2011, 2012...e ancora 2008.
[Uno scritto ritrovato in un mucchio di appunti di quattro anni fa. Eppure qualcosa è cambiato...Eppure tutto è uguale!]
mercoledì 31 ottobre 2012
10 FILM DEL TERRORE...(O QUASI)
...per sopravvivere alla notte di Halloween
Se anche voi come me non amate le feste in maschera, siete un po' troppo cresciuti per il terrificante (!) "dolcetto o scherzetto", troppo paurosi per un giro turistico al cimitero...ma immancabilmente in cerca di una scusa per vedere un buon film "d'occasione"...siete nel posto giusto al momento giusto...
Vampiri, streghe, zombie, fantasmi ... urla, incubi, risate, apparizioni e spaventi per la notte più tetra che c'è!Fracchia contro Dracula, Neri Parenti - 1985
Per favore, non mordermi sul collo, di R. Polanski -1967
Le folli notti del dottor Jerryll, di Jerry Lewis
L'alba dei morti dementi, di Edgar Wright - 2004
Vampiri amanti, di R. W. Baker - 1971
Basket case, di F. Henenlotter - 1982
Carrie: lo sguardo di Satana, Brian de Palma, 1976
[REC] di J. Balaguero, P. Plaza - 2007
giovedì 18 ottobre 2012
SONETTO DEL CHE FARE E CHE PENSARE
Punti interrogativi, che relativi, gruppi interiettivi, mah di mah, pensieri, dubbi, negazioni, mancanze. Geniale.
Sonetto del che fare e che pensare [XI degli Ipersonetti di Il Galateo in Bosco, 1978]
di Andrea Zanzotto [Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921, Conegliano, 18 ottobre 2011]
«Che fai? Che pensi? Ed a chi mai chi parla?
Chi e che cerececè d’augèl distinguo,
con che stillii di rivi il vacuo impinguo
del paese che intorno a me s’intarla?
A chi porgo, a quale ago per riattarla
quella logica ai cui fil m’estinguo,
a che e per chi di nota in nota illinguo
questo che non fu canto, eloquio, ciarla?
Che pensi tu, che mai non fosti, mai
né pur in segno, in sogno, di fantasma,
sogno di segno, mah di mah, che fai?
Voci d’augei, di rii, di selve, intensi
moti del niente che sé a niente plasma,
pensier di non pensier, pensa: che pensi?
Che fai? Che pensi?»: questo celebrato inizio di un sonetto del Canzoniere
ne è forse la parola portante, rivolta dal poeta a sé, all’alterità, a tutto.
L’esperienza del Canzoniere si risolve in questi interrogativi che possono avere
mille risposte ma sono destinati a rientrare in un’unica non-risposta
☟
un autocommento di Zanzotto nel saggio su Petrarca, mentre parla del componimento n° 273 del Canzoniere...nel tempo, che tornar non pote omai?
Anima sconsolata, che pur vai
giungnendo legne al foco ove tu ardi?
5Le soavi parole e i dolci sguardi
ch’ad un ad un descritti et depinti ài,
son levati de terra; et è, ben sai,
qui ricercarli intempestivo et tardi.
Deh non rinovellar quel che n’ancide
10non seguir piú penser vago, fallace,
ma saldo et certo, ch’a buon fin ne guide.
Cerchiamo ’l ciel, se qui nulla ne piace:
ché mal per noi quella beltà si vide,
se viva et morta ne devea tôr pace.
domenica 26 febbraio 2012
THIS MUST BE THE PLACE
THIS MUST BE THE PLACE - TALKING HEADS (SPEAKING IN TONGUES - 1983)
Home is where I want to be
Pick me up and turn me round
I feel numb - burn with a weak heart
(so I) guess I must be having fun
The less we say about it the better
Make it up as we go along
Feet on the ground
Head in the sky
It’s ok I know nothing’s wrong nothing
Hi yo I got plenty of time
Hi yo you got light in your eyes
And you’re standing here beside me
I love the passing of time
Never for money
Always for love
Cover up + say goodnight say goodnight
DI: PAOLO SORRENTINO - 2011
La trama? Il personaggio? Cercateli, forse li troverete. Nel frattempo godetevi ogni inquadratura ogni suono, ogni sguardo; tentate come me di rimanere seduti sulla vostra sedia da spettatori e resistere alla tentazione di saltare nello schermo per toccare con la punta delle dita quella perfezione formale e camminare insieme a Cheyenne sulle note di David Byrne. La morale? Probabilmente pleonastica. L'esistenza di un individuo "esemplare" come punto di fuga dei molteplici significati che ciascuno attribuisce alle proprie scelte e il peso che ciascuno si porta dietro negli anni, la negazione dei passi obbligatori dettati dal tempo della propria vita.
Dov'è il problema? Il tempo che passa senza che ce ne accorgiamo? Ritrovarsi a dire "ormai è fatta" e ricordarsi di un giorno in cui si diceva "farò così", un giorno che sembra troppo vicino, e probabilmente lo è. Non aver avuto il tempo di vendicarsi, di liberarsi dal peso che grava sulla nostra anima. Non aver sentito in tempo l'esigenza di avere un figlio e ritrovarsi vecchi e fottuti. Aver rinunciato a qualcosa o qualcuno per vigliaccheria. Ma allora il problema non è il tempo, siamo noi. Eppure bastava una piccola intuizione come mettere le ruote sotto una valigia. Ma perché non ci ho pensato prima?
Senza nulla togliere alla "This must be the place" di David Byrne, ho amato la versione naïf di Tommy (ma è una cover di Daniel Johnston!?)
mercoledì 22 febbraio 2012
L'ONDA: IL TOTALITARISMO COME MALATTIA AUTOIMMUNE
DI: DENNIS GANSEL
(Germania, 2008)
Tratto dal romanzo omonimo di Todd Strasser, a sua volta liberamente ispirato ad un fatto di cronaca, "L'onda" è il risultato convincente di una volenterosa operazione pedagogica: insegnare la natura ciclica della Storia attraverso la messa in atto dei caratteri che danno corpo alla deriva dittatoriale. In una scuola tedesca il poco ortodosso prof. Reiner dopo aver perso la possibilità di tenere un corso sull'Anarchia a lui filosoficamente congeniale, deve ripiegare sul corso di Autarchia, tema apparentemente superato e abusato nelle scuole tedesche e non solo. Anche gli studenti del prof. Reiner sembrano piuttosto perplessi sulla validità del tempo speso ad a discutere dell'argomento. Che senso ha parlare ancora di regimi dittatoriali? La storia ha definitivamente spazzato via la possibilità che si ripetano le condizioni per la rinascita di un'onda dittatoriale. Nazionalismo, fanatismo, razzismo, intolleranza, censura, violenza, sono macchie che appartengono al passato. Ma il docente non sembra esserne convinto e vuole dimostrarlo alla propria classe. Avvia l'ipotesi di trasformare per una settimana l'aula in un laboratorio di autarchia, proponendo se stesso come leader e stabilendo rigide regole disciplinari e comportamentali. Ma tutti presto perderanno il controllo della situazione e la disciplina, il gruppo, il codice stabilito in aula diventerà un delirio collettivo, foriero di entusiasmi fascisti difficili da fermare. L'esperimento avrà esiti inattesi e drammatici.
Il fanatismo fascista sembra essere etichettato in questo film come una sorta di virus, un'infezione collettiva, una malattia capace di trasformare la natura umana e produrre una momentanea e subitanea sospensione della ragionevolezza, peraltro alimentata dall'illusione di appartenere ad un corpo, avere peso, dimenticando gli altri e il profondo significato della libertà. Se durante il corso di autarchia impariamo che l'autoritarismo produce una collettività che si forma e si sostiene su una profonda solitudine morale e sull'egoismo, è la contrapposta anarchia (termine che non casualmente sta sempre lì a fare da contrappeso) che dovrebbe fondare una collettività reale basata sulla profonda consapevolezza di sé, come singolo, benché spesso solo.
venerdì 10 febbraio 2012
Omaggio| Bertolt Brecht
Buon compleanno.
[nato ad Augusta il 10 febbraio 1898, dopo essere stato costretto a lasciare Berlino in seguito al rogo del Reichstag e alla presa del poter da parte di Hitler, visse a lungo in esilio spostandosi di frequente da una parte all'altra dell'Europa e giungendo, infine, in California, dove visse per cinque anni nel tentativo di entrare nel sistema hollywoodiano. Non fu una bella esperienza].
"Ogni giorno per guadagnarmi
il pane
vo al mercato dove si comprano
menzogne
pieno di speranza
mi metto in fila tra i venditori".
B. Brecht, Elegie di Hollywood
venerdì 20 gennaio 2012
MIDNIGHT IN PARIS

DI: WOODY ALLEN - 2011
Lo sceneggiatore statunitense Gil, aspirante romanziere è in viaggio a Parigi, la città dei suoi sogni, luogo ideale per cercare l'ispirazione e la giusta concentrazione che lo aiutino a concludere il suo romanzo. In teoria. In pratica il viaggio è un incubo ad occhi aperti. Gil si ritova accerchiato da una galleria di personaggi a lui incompatibili: la futura moglie Inez si divide tra lo shopping per il matrimonio, il pedante pseudo-intellettuale amico/amante, la discoteca, ed ogni forma di negazione rispetto ai desideri del suo compagno; i suoceri che mal sopportano la sua natura impacciata e ai loro occhi eversiva - comunista! - e che non mancano occasione per sabotare il matrimonio. La magia di Parigi corre in soccorso a Gil, lo guida in un mondo "incantato", nel paese delle meraviglie, la materializzazione di tutti i suoi desideri: il fervore intellettuale ed artistico dei meravigliosi anni Venti, Hemingway, i coniugi Fritzgerald, Picasso, i surrealisti Man Ray, Bunuel, Dalì...Ma quello che Gil ha idealizzato come il tempo giusto in cui nascere, vivere e morire, è un tempo, come qualsiasi altro tempo, in cui le persone vivono con la testa all'indietro, guardando al passato con nostalgia, e vivendo il presente tra grandi gioie e piccole infelicità. Non esiste il tempo giusto se non nel presente. Gil ritrova la realtà per scoprire la grandezza di una scelta, la scelta di vivere il suo tempo, il suo "come" e il suo "dove".
mercoledì 14 dicembre 2011
IL RAGAZZO CON LA BICICLETTA
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| GRAFFITI SULL'ORFANOTROFIO DI EKANTERINBURGO |
DI JEANNE PIERRE E LUC DARDENNE, 2011
titolo originale: Le Gamin Au Vélo
[Il piccolo Cyril dopo la morte della madre, viene abbandonato dal padre in un istituto. Incapace di accettare la realtà dell'abbandono, il ragazzo fugge continuamente agli educatori lanciandosi nella disperata ricerca dell'uomo, sparito senza lasciare tracce. Seguendo le briciole lasciate dal padre il ragazzo troverà sulla sua strada la fata buona (Cécile De France), la donna per una volta salvifica che gli restituirà la libertà].
Il sottotitolo del film poteva essere "Una favola modena", e di certo una favola è nella sostanza, una favola dolceamara alla maniera di Oliver Twist, Tom Sawyer o dei mille protagonisti orfani che popolano l'immaginario delle favole Disney e le innumerevoli storie d'infanzia tradita delle letterature di ogni dove.
Detto ciò e difficile non notare l'attenuazione dei toni di denuncia sociale del cinema dei Dardenne: dopo la "palmata" Rosetta e il bellissimo e inquietante L'enfant, benché appaiano confermate le consuete attitudini all'infanzia, alle criticità della società e delle indagini sul rapporto genitori-figli ci viene data in pasto una lezioncina di pedagogia solo per farci dimenticare che stiamo per essere sbranati dal professore di sociologia. Ci piace sì (maybe). Mi piace il piccolo Pinocchio e la sua fata turchina, mi piace quella naturalezza e quella facilità del racconto e mi aggrada la sottigliezza dei rapporti, soprattutto amo la lucidità con cui si è affrontata l'indagine sociale; è difficile tuttavia dimenticare che siamo nel 2011 e che, in fondo, tutte queste belle cose le sapevamo già; in questo senso, riesce facile anche apprezzare il richiamo al neorealismo e ai Ladri di biciclette di De Sica. La bicicletta del piccolo Cyril campeggia al centro del film dando gli accenti e sottolineando le cadute, apparendo e scomparendo come ad annunciare un cambio di pagina nel racconto: è il simbolo dell'abbandono del padre, che non esita a venderla dopo aver scaricato il ragazzo in istituto, è il simbolo dell'ostinazione del figlio, che non crede il padre capace di tanto, è la bici a permettere l'incontro con Samantha, è ancora la bici a trascinarlo nel bosco e a fornire l'aggancio da parte dello spacciatore; ma è ancora, e soprattutto, il simbolo dell'emancipazione, sebbene passi attraverso strade buie e deserte, vicoli ricchi di tentazioni e sentieri solitari. Non chiediamo di nascere, né quando, né come, ma se ci vengono date delle ruote dovremmo avere la bontà di sfruttarle, perché corri e pedala oggi, chissà, ti dimentichi domani di quanto i genitori sanno essere stronzi.
venerdì 7 ottobre 2011
OFFSIDE: VENGO ANCH'IO!
DI: JAFAR PANAHI - IRAN - 2006
Vincitore dell'Orso d'Argento a Berlino nel 2006, Offside dell'iraniano Panahi compare nelle sale italiane soltanto nel 2011, e in un momento non proprio felice per il suo autore, condannato a 6 anni di carcere nel dicembre del 2010 per opposizione al regime (rilasciato su cauzione nel maggio del 2011). Il film è completamente intriso della personalità politica del suo autore e della sua capacità di tratteggiare la società con un lieve ed efficace colpo d'occhio. Il "neorealista" Panahi contamina film e documentario e gioca con la realtà effettuale come fosse finzione, decidendo di ambientare il suo film nella realtà di una caotica e straordinaria giornata: quella della partita tra Iran e Bahrain, sfida decisiva per le qualificazioni ai mondiali di calcio di Germania 2006. Tutti gli uomini, di tutte le età, sono in fermento, gli autobus corrono verso lo stadio, è un delirio assordante di clacson e di cori dei tifosi immersi in una scenografia di sciarpe, bandiere e cappellini. Ma il vero fermento è sotterraneo, è il "gentile" fermento delle escluse. Una ragazza (mal) travestita da uomo se ne sta in silenzio seduta sul pullman che la porterà allo stadio, questa volta, è convinta, ce la farà ad entrare... correrà il rischio di essere beccata dalle guardie, ma lei lo sa come deve fare, ha sentito di altre ragazze che ce l'hanno fatta. Ma non ce la farà. E come lei anche altre ragazze verranno beccate. Perché le donne in Iran non possono entrare allo stadio, è una questione di buoncostume. Così mentre la realtà della partita fa il suo corso, le sfortunate ragazze, chiuse in un recinto, sono bandite da quella realtà, impossibilitate ad avere un contatto con essa. E insieme a loro lo spettatore. Panahi bandisce dallo schermo le immagini della realtà-partita per mostrare il desiderio di realtà che scuote i corpi e gli animi di giovani tifose, decise ad ascoltare le ragioni di un'esclusione che non riescono a comprendere, ragioni che nessuno è in grado di sostenere con convinzione.
Il calcio ha sempre avuto una certa vocazione "politica", una determinata capacità di assorbire malumori e tensioni, farsi speranza di riscatto da fallimenti pubblici e privati, fornire la giustificazione ad un'amicizia iniziata da 5 minuti o la possibilità di urlare senza sentirsi nevrotici; e non può dirsi un caso che anche qui, si scelga una metafora calcistica per dire di una società, di un sistema, in cui spesso si lotta per le cose più semplici, forse quelle più vicine, più "comprensibili", quelle cose senza le quali si può vivere, ma proprio non si vuole farlo.
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